Lu Scarparu

 

Mi sono recato, in pieno centro storico di Veglie, in una bottega in cui si respira aria di un tempo, incollata alla “Porta Noa” ho trovato un mestiere che è rimasto quasi invariato rispetto ad un tempo. Molto gentilmente il maestro Santino Quarta, seduto dietro “lu banchitieddru”, ha voluto parlare di sè e della sua arte di aggiustare le scarpe. Per non smentire il proverbio “Lu scarparu ae scuasatu” si presenta disinvoltamente a piedi nudi, mettendo a nudo (gioco di parole) quelli che sono gli aspetti che caratterizzano il suo mestiere antico.

“Mesciu Santinu” ha iniziato a lavorare all’età di sei anni presso la bottega del maestro Bruno Putignano. Ha continuato sino alla maggiore età. Poi ha sostenuto il servizio militare e, al ritorno, si è recato in Germania (dove è stato per qualche tempo). Poi il ritorno alla sua arte, nella sua bottega dove, tra scarpe di tutti i tipi, continua con passione a svolgere la sua attività lavorativa.

I materiali usati per le riparazioni sono praticamente gli stessi: mastice, spago, coltello, martello, chiodi, ad eccezione della gomma che è entrata, con i tempi moderni, a sostituire il cuoio.

La soddisfazione di poter incontrare giornalmente tante persone diverse, copre il rammarico antico di essere valutati tra i mestieri di “Serie B” da una diffusa ignoranza che si tramanda da diverse generazioni da affermazioni e detti del tipo… “Ci ti l’è fattu lu vestitu: lu scarparu?” Oppure “Ci t’è operatu all’ospetale nu scarparu?”.

Il mestiere del calzolaio è certamente un mestiere umile, probabilmente non tanto retribuito, ma che ci comunica una messaggio molto importante, quello di non sprecare, in un momento storico in cui si usa e si getta senza pietà. I miei genitori mi raccontavano che, un tempo, c’erano persone che non avevano nemmeno un paio di scarpe… Era il simbolo di una povertà vera (e nera) che ho potuto incontrare anche nei tempi moderni quando mi recavo alla “Boutique” della “Caritas”  e tanti cercavano un paio di scarpe usate perché non vi era altra possibilità.

Ma esiste una povertà peggiore: quella di chi considera le persone in distinte categorie: di serie A,B,C, ecc. e che non sa che proprio i mestieri più umili, e le persone più umili, sono la ricchezza di questo mondo sempre più lontano dalle cose che contano veramente.

G.P.Leo