Pace a voi!

La chiamavano "Iraqi freedom" questa guerra devastante, nonostante sia stata figlia di un'aggressione impropria e del menefreghismo di chi decide che l'O.N.U., gli appelli del Papa, la coscienza popolare sono realtà di poco conto. Dicevano che stavano "portando la democrazia"…( continuano a dirlo), mentre le "bombe intelligenti" immolavano, giorno dopo giorno, vittime innocenti… insistono a portare avanti la violenta e retrograda cultura del "si vis pacem, para bellum"… . Questo conflitto è stato l'ennesima dimostrazione di come sia forte la discrepanza tra la sensibilità popolare e la politica… quella dei palazzi almeno, incentrata nelle mani di pochi che hanno scelto che il mondo, da oggi in avanti, segua un'altra impostazione e nuovi modelli di risoluzione delle questioni internazionali. La corsa agli armamenti, l'uso preventivo della forza e i giochi economici sembrano gli unici e impropri gridi profetici che questo mondo sa partorire. Cosa ne sarà dei rapporti internazionali, privi ormai di quegli equilibri di comodo di cui si era fortemente sentita la necessità dopo la seconda guerra mondiale? La caduta del muro di Berlino nell'89 sembrava essere stata la soluzione definitiva a tutti i problemi di dialogo tra mondi e sistemi privi di comunicazione. Alla fine del comunismo probabilmente ci siamo sentiti tutti più rincuorati, prospettando l'inizio di un mondo migliore… il tradimento delle attese non è tardato a venire. Forse perché, crollate le ideologie sistematizzate, ne abbiamo prodotte (o subite) di nuove e di più forti, di maggiore rapidità, ma prive di una collocazione facilmente controllabile. E ora iniziamo a pagarne le conseguenze inevitabili: un'Europa tutta ancora da costruirsi, una globalizzazione senza precisi criteri etici, ingiustizie che continuano a moltiplicarsi come le guerre, l'infelice contrapposizione tra cultura occidentale e cultura orientale, tra cristianesimo ed islamismo. C'è insomma, usando un'immagine di padre Alex Zanotelli, "un impero da leggere" e a cui noi cristiani siamo chiamati ad opporre un'opportuna resistenza, riaffermando il nostro "no" alla guerra e ad ogni ingiustizia, di qualsiasi matrice essa sia e superando le riduttività dello stesso impero: troppo facilmente, dopo l'11 settembre, si è caduti in quella forma qualunquistica che dire "no" alla guerra significhi essere col terrorismo o appoggiare certi regimi dittatoriali, ideologizzando la pace.
In questo periodo di confusione è apparsa deleteria la posizione dell'Italia, che continuando ad affermare il proprio inestinguibile debito d'asservimento agli U.S.A. ha rischiato di giustificare in ogni modo il loro crimine (perché questa è stata la guerra all'Iraq). E così pur dovendo dissentire, in nome di una presunta alleanza e di una fasulla libertà, finiamo per sostenerli. Dire "no" alla guerra, dunque, non è il risultato di un pacifismo sterile né una forma d'antiamericalismo (come vorrebbero far intendere certi movimenti pseudocattolici che vedono "rosso" dappertutto e criticano gli slogan di piazza per poi essere i primi ad usarli, per gridare affermazioni becere come "guerra no, America si"), visto che noi siamo contro l'America… semmai siamo contro la politica di Bush; né tanto meno un atto di solidarietà nei confronti di Saddam, anzi… è semmai la sincera e consequenziale risposta al richiamo evangelico di farsi "operatori di pace". Non è il cruccio di pochi visionari utopisti né tanto meno un rigurgito comunista (come spesso si pensa in modo sotteso in certi nostri ambienti ipocriti ed imborghesiti) come se poi la pace possa essere solo patrimonio dei comunisti… anche la questione della bandiera della pace sta ormai diventando un caso… anch'io credo, come ha affermato di recente mons. Betori, che il Crocifisso sia il nostro segno per eccellenza di risposta ad ogni guerra… so che lo "scandalo" della croce è la risposta ideale e più alta che ci proponiamo come cristiani… ma non mi posso non indisporre per il suo "suggerimento" di rimuovere le bandiere della pace dalle chiese. La bandiera è un segno molto semplice, non fondamentale certo, che con la sua presenza non inficia il profondo valore del Crocifisso. Se poi, il problema è (come potrebbe sembrare oggettivamente) che la bandiera sia strumentalizzata (modo vellutato per dire insomma che essa è facilmente confondibile con un segno comunista), dico che forse c'è qualche difetto culturale di fondo… perché la bandiera della pace non appartiene ai comunisti, né mi risulta essere diventata il nuovo stemma del P.C.I… almeno che il desiderio è quello di rimanere una Chiesa quanto mai meno "compromessa" possibile. Allora se la bandiera della pace non è un vessillo personale dei comunisti, se non riduce la sacralità e il valore del Crocifisso, se non sfigura all'interno delle nostre chiese, se aiuta meglio a capire da che parte sta la Chiesa (cioè a farla benedettamente "compromettere") e a far sentire più vicini ad essa anche coloro che sono lontani… direi di lasciarla lì dov'è, perché abbiamo pure bisogno di questi segni e perché toglierla non aiuterebbe certo a superare la strumentalizzazione, anzi l'accrescerebbe; o mettiamola meglio ai piedi del Crocifisso, perché si capisca che è da Lui (e solo da Lui) che può venirci la vera pace. Non rimuoviamola. Rimuoviamo piuttosto il qualunquismo becero e l'inibizione depositati nel fondo di certi cuori che "sanno vedere rosso" da ogni parte (è un difetto del cuore oltre degli occhi) e dimenticano cose ben più importanti. Così scriveva Don Lorenzo Milani a Nicola Pistelli, direttore di "Politica", giornale della sinistra cattolica fiorentina a proposito delle opinioni dei vescovi: "E dove leggi che tu debba accettare per buone le opinioni di ogni singolo porporato? Dove non c'è legge non ci può essere violazione di legge neppur veniale!… cattolico è dunque chi si ricorda che i cardinali e i vescovi son creature fallibili. Eretico chi mostra per loro un rispetto che travalica i confini del nostro Credo…Si può avvicinarsi alla Chiesa se essa con rigore dogmatico chiede al neofita solo ciò che ha il diritto di chiedergli. Non a una Chiesa in cui si debba sottostare giorno per giorno alle opinioni personali e agli umori di ogni cardinale. Noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi Sacramenti e senza il suo Insegnamento… Criticheremo vescovi e cardinali serenamente visto che nelle leggi della Chiesa non c'è scritto che non lo si possa fare. Il peggio che ci potrà succedere sarà d'essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine di quelle che taglian la carriera. Ma non son armi che taglian la carriera. Ma son armi che non taglian la Grazia nè la comunione con la Chiesa… Criticheremo i nostri vescovi perché vogliamo loro bene. Vogliamo il loro bene, cioè che diventino migliori, più informati, più seri, più umili. Nessun vescovo può vantarsi di non avere nulla da imparare".
Mi auguro solo che, dietro a certe preoccupazioni secondarie, non si nasconda il fatto che alcuni cristiani non abbiano ancora capito la missione dell'essere "operatori di pace" o peggio che non credano autenticamente alla pace. Ma se così fosse si rivelerebbe amaramente vera quell'affermazione di Mons. Bettazzi, secondo il quale parlare di certi argomenti fuori dai nostri ambienti significa essere considerati buoni cristiani, parlarne nei nostri "circoli cattolici" significa essere tacciati come comunisti.
Noi, invece, a costo di passare per comunisti (vi assicuro che c'è di peggio nella vita!), continuiamo ad essere cristiani e a crederci fino in fondo. Continuiamo a dire che questa guerra (ed ogni guerra) è un crimine; che la democrazia non è "una merce da esportazione" (per di più forzata); che il terrorismo non si vince correndo ignari su corpi innocenti, che si fanno quotidianamente cadaveri; che la pace è chiaramente vocazione umana, prima che cristiana… è ricerca d'armonia tra cielo e terra… e, in fondo (sto imparando a convincermene) chissà che non sia il vero nome di Dio.
Mauro Bortone (seminarista al 4° anno di studi di Teologia a Molfetta)