Don Tonino bello: una luce nella notte
La Pasqua di quest'anno, 20 aprile 2003, ha coinciso con il decimo anniversario della scomparsa di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, presidente di Pax Christi e uomo della nostra terra.
Negli ultimi periodi del suo episcopato ebbi l'immenso piacere di conoscerlo durante il corso degli obiettori di coscienza. Venne a trovarci a Terlizzi una mattina, a sorpresa, e volle salutarci ad uno ad uno. Mi rimase impresso il suo modo vibrante di parlare che era quasi una danza, il suo sorriso, la gioia di stare in mezzo a noi. A un certo punto, mentre parlava, si preoccupò di non eccedere, come disse lui,"quasi in uno scampolo di predica…". Ma avremmo passato ore ed ore ad ascoltarlo, a scoprire da lui, un vescovo, la semplicità, l'autenticità dei gesti, a scoprire Gesù nei suoi occhi. La sua croce di legno sulla sua camicia (e non la classica veste lussuosa adornata da una croce d'oro tempestata di perle preziose) era il suo biglietto da visita, l'essenza di ciò che esprimeva e di come vivesse profondamente la sequela di Cristo. Le sue parole erano perle, e lo sono ancora perché tanto ci ha lasciato attraverso i suoi scritti, i suoi video ed audio. Il nostro parroco, don Arcangelo, che ha dedicato a don Tonino la "Sala della Pace" nella nostra parrocchia, ci ha dato modo di ammirare il suo cammino di fede, mettendo in risalto, durante tutto il percorso che lo ha visto guida della nostra comunità, gli aspetti più significativi della sua missione, dell'essere profeta di una "Chiesa del grembiule", cioè al servizio quotidiano tra le genti, in particolare tra i più poveri e gli oppressi, alla luce del Vangelo, che testimoniava nella vita, nella pastorale, nei rapporti umani sempre limpidi e colmi di luce.
Un modello di Chiesa che a noi di "Controvoci" piace e che, purtroppo, non sempre ritroviamo tra coloro che sono spesso distanti dai reali bisogni delle comunità parrocchiali o che, peggio, abusano del loro potere per fare della Chiesa una sorta di squadra di calcio da far giocare possibilmente in casa, magari facendo da arbitri (oltre che da commissari tecnici esperti di sostituzioni e fuori gioco), spingendo all'uso di incensi, paramenti sacri, devozionalismi, pietismi popolari, cori polifonici e radunando le masse nei comodi ritiri processionali, correlati da manifesti a colori stampati su carta patinata, per far bella mostra di sè, ma spingendoci clamorosamente indietro: nel "medioevo".
Don Tonino ha voluto essere uomo di trasferta, cioè d'incontro con l'altro, promotore di pace nei posti di guerra, portatore di sostanza nella società delle apparenze e di sentimento profondo, quasi romantico, anteponendosi alla realtà spoetizzata dei consumi o dell'usa e getta.
Nei poveri ha visto la Cattedrale Maggiore, cioè la Chiesa fatta di carne ed ossa rotte, bisognosa di cura e di attenzioni, stando sempre alla larga dai pregiudizi e, sino all'ultimo respiro, seminando la speranza in quella "convivialità delle differenze" che può definirsi il riepilogo del suo annuncio di fratellanza fra i popoli della terra.
Su Monsignor Bello potremmo dire tante cose. La sua casa era aperta a tutti come infondo lo era il suo stesso cuore
Don Tonino vive! Ci guarda da lassù con il suo sorriso. È la luce nella notte che tutti noi attraversiamo nelle varie situazioni della vita, un faro nei momenti di tempesta quando, come accadde una volta a Pietro, non riuscendo ad essere imitazione di Cristo, non camminiamo sulle acque, ma presi dal panico rischiamo di sprofondare giù. In quei momenti ci prende per mano dicendoci, come Gesù: "Non abbiate paura!" (Mt. 16,6.)
Gian Piero Leo