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mondo giovani |
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17 gennaio 2004 - by Letizia
Alla ricerca dell' identità perduta
È
così difficile parlare dei giovani d’oggi, perché non sono più
una categoria ben definita, come potevano esserlo quelli degli anni
’60, pretti zatteroni a zampa d’elefante; quelli degli anni ’70
con la musica “progressive” nelle orecchie e nel sangue o quelli
degli anni ’80, “paninari” convinti… (convinti poi di cosa?
Mah…). I
giovani d’oggi sono così diversi tra loro che si ha quasi
“paura” di classificarli, perché si potrebbero scatenare le ire
dei “sancarlini”, ossia di
quei giovani che si vestono griffati e fighettini; dei
“gotici” che si vestono sempre e solo di nero, o degli
“alternativi”, eredi ufficiali degli ideali pacifisti degli
hippies. Tuttavia
c’è ancora chi si permette di dire: “I giovani non sono più
quelli di una volta!” facendo di ogni erba un fascio (e qui so già
che vi potrebbe scattare una battuta, ma vi prego trattenetevi perché
sto cercando di fare un discorso serio!), e lo dicono con l’aria di
chi crede che per i giovani non ci sia più scampo, perchè finiranno
con l’essere dei depressi, stanchi e solo se tutto andrà bene non
si suicideranno! E sono stracontenti quando qualcuno dice loro: “No,
non è vero, i giovani d’oggi…” perché possono compiangere chi
sostiene questo, guardandolo con
sorriso sarcastico come per dire: “Povero illuso!”,
convinti di essere loro i depositari della verità. Adesso
vorrei vedere la faccia di questi geni, quando leggeranno che c’è
qualcuno sotto i trenta che dice: “Avete ragione, i giovani non sono
più quelli di una volta!”. Ed
è la verità: non sono come una volta, nello stesso modo in cui erano
i nostri nonni, non sono più gli artisti bambini degli anni
’20-’30 che giocavano a nascondino, o gli impiegati che andavano
con i capelli lunghi a gridare: “Fate l’amore, non fate la
guerra!” e che ora si ritrovano a timbrare il cartellino. A
questo punto sarebbe più giusto dire: “Noi non siamo più quelli di
una volta”, ma evidentemente quest’affermazione fa male, fa
sentire vecchi, inutili, non protagonisti. Il
fatto è che sono cambiate le esigenze: prima i giovani pensavano
sempre e solo al futuro, miravano al posto fisso per mantenere una
famiglia e lavoravano indipendentemente dai loro desideri, con la
speranza di vivere una vecchiaia serena. Oggi, essendo l’esistenza
così precaria, per colpa di alcuni potenti che decidono chissà per
quale assurdo motivo che la tua vita vale meno di zero e per questo ti
bombardano, i giovani hanno capito che è meglio cogliere l’attimo e
“succhiare il midollo della vita” (per riprendere una battuta del
celebre film “Dead Poets Society”). Ed
ecco che nascono sogni, speranze, aspettative tipiche di chi ha solo
20 anni, ma tanta forza e volontà di realizzarsi. Mi
sono divertita un po’ a chiedere ad alcuni giovani cosa pensano del
loro ruolo all’interno della società e che cosa voglia dire per
loro “essere giovani oggi”. Francesco,
25 anni, sogna di fare il regista e visto il suo talento sicuramente
c’è la farà. Ma perché proprio il regista? È solo un modo per
diventare famosi? “No (dice lui), è semplicemente perché ritengo
che la telecamera, se usata bene, riesca a dare più importanza e
dignità alle cose”. “- In che senso? Spiegati meglio.” “Nel
senso che molto spesso l’occhio umano tralascia le cose veramente
importanti e noi giovani abbiamo il dovere di dare valore a un solo
bicchiere mezzo pieno posato su un tavolo dove ci sono tantissimi
bicchieri mezzi vuoti…”. Dare
importanza a un solo bicchiere pieno tra mille vuoti… allora non è
vero ciò che dice la TV: “È l’era
delle letterine, delle veline, delle schedine…”. Quella specie di
scatola parlante fa vedere solo l’aspetto peggiore dei giovani (con
tutto il rispetto per le “ine” televisive!), senza riuscire a dare
importanza ai sognatori. E
Francesco è solo un esempio… Gian
Pietro, 28 anni, è un altro sognatore, quello che i dizionari
definirebbero “artista”. È difficile rappresentarlo con le
parole. La sua voglia di non cedere all’omologazione dei media,
tutt’altro che imparziali nel giudizio, perché influenzati da un
unico “direttore di rete”, lo rende unico. Come tutti quegli unici
che sognano una batteria su cui suonare per far sentire la propria
voce, o una tela su cui sfogarsi, un foglio bianco su cui appuntare. Sognano
i giovani d’oggi, e fanno bene. Si ribellano. Ognuno vuole imporsi
per quello che è veramente: essere non clonabile dalla moda, con una
propria identità da difendere dalle mille etichette gratuite offerte
dai “saggi”, con una volontà di agire per se stessi incredibile,
che li rende esseri pensanti e quindi vivi. Mi
rendo conto di essere stata un po’ troppo generica e forse
insoddisfacente nel parlare del mondo giovanile, ma il bello è
proprio questo: i giovani sono così diversi e imprevedibili che un
solo articolo, un solo libro, un solo film non basterebbero a
racchiudere tutto il loro fantastico universo.
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