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Onorevole
Presidente,
sono stato Sindaco del mio paese natio, Veglie (Le) (più 14
mila abitanti), per quasi sette anni, dall’inizio del 1993
alla fine del 1999.
Mi rivolgo a Lei, tenace garante della vita democratica del
nostro paese, per porre il problema riguardante il controllo
negli enti locali.
Assistiamo a fenomeni di patologie sociali davvero
complessi, causa di una mutazione profonda della vita
democratica che, misurata ai suoi criteri ideali, ci
sconcerta. Uno di questi è la corruzione. Dopo quello della
sanità, un settore in cui la corruzione diventa sempre più
odiosa e insopportabile è quello degli Enti Locali. E in
molti di questi la corruzione ha superato i limiti di
guardia. Per questo, le libertà locali, che sono all’origine
della democrazia dell’Italia e dell’Europa, percepite dalla
gente comune ormai come diritto vitale quasi altrettanto
quanto la vita fisica delle persone, sono a rischio.
Negli enti locali, da dieci anni, i controlli non esistono
più. Impera la legge dei numeri e delle maggioranze senza
alcun controllo. Dopo che il Legislatore ha annullato i
controlli esterni (cfr. Coreco) alla vita amministrativa (e
ha fatto bene! Dico questo anche per esperienza diretta), il
Testo Unico degli Enti Locali del 2000 ha previsto una serie
di strumenti interni di controllo affidati prevalentemente
alle iniziative delle minoranze consiliari. Sono vari. Ma
una verifica serena e attenta di essi conduce ad una
conclusione amara: sono falliti e la legalità amministrativa
sembra non abitare più nei nostri comuni.
Si obietta che non sono da controllare gli atti ma
l’attuazione dei programmi. E i cittadini e le minoranze per
questo controllo dispongono del voto. Argomento diffuso ma
comodo perché non tiene conto che nessun voto potrà riparare
omissioni, errori e soprattutto illegittimità compiuti in
cinque anni. Si invoca per il controllo la partecipazione
più diretta e quasi quotidiana dei cittadini. Ma essa, salvo
eccezioni, è scarsa e, spesso, scoraggiata. Ancora più grave
appare la percezione comune del fenomeno della corruzione.
Abolita la “vergogna sociale” che accompagna chi ruba o chi
viola la legge, quasi garantita l’impunità di chi comanda,
il resto viene da sé.
Le racconto la paradossale vicenda del mio paese. Nelle
elezioni amministrative dell’aprile del 2005 sono eletti il
Sindaco e un Consiglio Comunale di 20 consiglieri. Come
spesso avviene nei nostri paese è difficile individuare il
colore politico della lista vincente, costruita
trasversalmente per vincere più che per amministrare.
Dopo una serie di “incidenti di illegittimità” (quelli
conosciuti prontamente segnalati dalla minoranza), due
assessori e due consiglieri abbandonano la maggioranza e si
uniscono all’opposizione. Agli inizi di maggio del 2009 la
Procura di Lecce fa perquisire la casa e l’ufficio del
Sindaco, indagato per corruzione, come titolano i giornali
locali. A fine maggio il Presidente del Consiglio (dello
stesso partito del Sindaco), si dimette da consigliere e,
subito dopo, si dimettono contemporaneamente altri dieci
consiglieri. Il 28 maggio 2009 il Sindaco non ha più una
maggioranza. Il consiglio comunale eletto democraticamente
nel 2005 non esiste più.
Ma, per un cavillo giuridico utilizzato strumentalmente,
dopo quasi quattro mesi, il Sindaco è ancora in carica e la
ex maggioranza (nel frattempo divenuta minoranza),
amministra (dopo solo due possibili surroghe) con 10
consiglieri, sforna provvedimenti, elargisce nomine…senza la
esistenza e la funzionalità di alcuni organi elettivi di
controllo.
Gli 11 consiglieri dimissionari si sono rivolti al Tar di
Lecce ed hanno avuto ragione (cfr. ordinanza n. 550/09) ma
il Consiglio Comunale non è stato sciolto. Il Consiglio di
Stato è difficile che si pronunci nel merito in tempo prima
del naturale svolgimento delle elezioni amministrative della
prossima primavera.
Il Prefetto di Lecce ha segnalato il caso alla Procura del
Tribunale ma, ad oggi, di questa segnalazione non conosciamo
l’esito.
I segretari di tutti (dico tutti) i partiti politici di
centro destra e di centrosinistra del Comune si sono rivolti
ai rispettivi segretari provinciali e ai politici salentini
per chiedere le dimissioni del sindaco, consapevoli che il
problema è prima di tutto politico e poi amministrativo e/o
penale. Ma, in risposta, non un solo intervento pubblico: né
da destra né da sinistra né da centro. Nemmeno da parte del
segretario politico provinciale del partito a cui il sindaco
dice di appartenere.
La cancellazione di fatto di qualsiasi controllo, anche
politico, sull’attività degli enti locali sta arrecando
gravi danni agli interessi non solo del singolo ente civico
e delle comunità amministrate ma all’intera Nazione e alla
sua unità.
Non mancano, per fortuna ancora, gruppi, settori, pezzi di
“società civile” attivi, generosi e preziosi per la realtà
concreta della democrazia e per la lotta alla corruzione. In
nome di quelli esistenti anche a Veglie mi rivolgo a Lei per
chiederLe: “Quando tutte le strade legali del controllo sono
state percorse ma sono risultate senza uscita, che fare e a
chi rivolgersi?”
Veglie (Le) 11 ottobre 2009
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