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25 giugno 2009 - di Michele di Schiena

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IL PREMIER E L'ETICA COSTITUZIONALE
 


Nell’intervista al settimanale “Chi” l’on.le Berlusconi ha fatto, tra le altre, le seguenti testuali affermazioni: «Non ho alcun ricordo (della D’Addario, ndr). Ne ignoravo il nome e non ne avevo in mente il viso»; «Se sospettassi una cosa del genere di una persona, (trattarsi – secondo la domanda del giornalista – di una prostituta di alto bordo la quale voleva tendergli una trappola, ndr) le starei lontano mille miglia»; «Non ho mai pagato una donna. Non ho mai capito che soddisfazione ci sia se non c’è il piacere della conquista»; «L’ho conosciuto (Giampaolo Tarantini, ndr) la scorsa estate in Sardegna e mi è stato presentato come un imprenditore serio e stimato … Sono un garantista e per questo sospendo ogni giudizio»; «Non c’è nulla nella mia vita privata di cui io mi debba scusare».

Ora, se non ci fossero altri elementi di giudizio, che invece ci sono in abbondanza, a giustificare il disvalore etico dei comportamenti del premier nelle note vicende (da quella della Noemi a quella della D’Addario) basterebbero le citate dichiarazioni, lette alla luce di certi significativi silenzi, per avvalorare la severa censura del direttore del settimanale “Famiglia Cristiana”, secondo il quale «il limite della decenza è stato superato» e qualcuno ne deve trarre «le debite conclusioni». Ed invero il cavaliere, non solo non ha smentito le “feste” e non ha escluso di aver incontrato la D’Addario nelle circostanze e per le finalità dalla donna indicate, ma si è fatto porre dal compiacente direttore del settimanale “Chi” una domanda (quella sulla prostituta e sulla trappola) che, a ben guardare, finisce per confermare l’incontro per come è stato raccontato dalla donna.

Il premier ha poi affermato che la D’Addario ha agito su preciso mandato e si è così imprudentemente esposto alle umilianti repliche della interessata che lo ha sfidato a fornire prove a conforto della sua accusa all’Autorità Giudiziaria ed ha ribadito con dovizia di particolari le sue affermazioni. Ma il Capo del governo ha dato anche la misura della sua cultura datata e maschilista quando ha detto che nell’approccio con l’altro sesso non c’è «soddisfazione» se manca «il piacere della conquista». Per lui quindi la cosiddetta “soddisfazione” è legata alla «conquista» dell’oggetto-donna che molto somiglia ad una primitiva presa di possesso. Quanto ai suoi rapporti con l’imprenditore Tarantini, il premier sorvola sul flusso di notizie che, a prescindere degli esiti giudiziari delle indagini in corso, presentano il personaggio sotto una luce che non giustifica certo la dimestichezza e le relazioni amicali emerse tra i due. Suona infine veramente spericolata, a fronte di quanto si va apprendendo, la dichiarazione del premier secondo il quale non ci sarebbe nulla nella sua vita privata di cui scusarsi. Una sortita che nessun uomo giusto e saggio avrebbe avuto l’ardire di fare.

I rilievi dell’associazione FareFuturo (vicina al Presidente Fini) sulla propensione del premier a favorire “veline”, la partecipazione del cavaliere alla festa di compleanno di Noemi in un ristorante di Casoria, le dure dichiarazioni di Veronica Lario sui comportamenti del marito accusato di frequentare minorenni, le notizie su certe feste “particolari” a Villa Certosa, i racconti della D’Addario sugli incontri col premier dietro compenso a Palazzo Grazioli: è un crescendo di informazioni che turbano la pubblica opinione. Il premier non sa cosa fare perché si rende conto che, da una parte, non può continuare a tacere e, dall’altra, che ogni “chiarimento” a discolpa, come è accaduto tempo addietro con “Porta a Porta” e di recente col settimanale “Chi”, finisce per aggravare la sua già pesante situazione. Impraticabile risulta anche la linea difensiva di Berlusconi rivolta a separare (la distinzione è cosa diversa) la sua privacy dal suo ruolo pubblico, perché lo stesso cavaliere ha sempre intrecciato i due ambiti, perché sono proprio i suoi comportamenti “privati” che condizionano con provvedimenti “ad personam” l’attività politica (intercettazioni, limitazioni della libertà di stampa, controllo del servizio pubblico televisivo e simili) e soprattutto perché una separatezza del genere non è ammissibile ai più alti livelli di responsabilità politica.

Ma c’è di più. E cioè che il nostro Statuto all’art. 54, dopo aver precisato che i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi, significativamente afferma che coloro ai quali «sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». Con «disciplina» perché a questi cittadini è richiesta l’osservanza di tutte le norme obbliganti col responsabile dominio dei propri istinti, impulsi e desideri e con «onore» perché essi devono poter vantare una dignità meritevole di considerazione positiva sul piano morale e sociale. C’è insomma una etica costituzionale desumibile non solo dal citato art. 54 ma anche dai principi generali dello Statuto alla quale non possono sottrarsi coloro che disimpegnano funzioni pubbliche, specialmente se queste sono di alto rilievo istituzionale.

Brindisi, 25 giugno 2009

Michele Di Schiena (asinistra.net)