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Nell’intervista al settimanale “Chi” l’on.le Berlusconi ha
fatto, tra le altre, le seguenti testuali affermazioni: «Non
ho alcun ricordo (della D’Addario, ndr). Ne ignoravo il nome
e non ne avevo in mente il viso»; «Se sospettassi una cosa
del genere di una persona, (trattarsi – secondo la domanda
del giornalista – di una prostituta di alto bordo la quale
voleva tendergli una trappola, ndr) le starei lontano mille
miglia»; «Non ho mai pagato una donna. Non ho mai capito che
soddisfazione ci sia se non c’è il piacere della conquista»;
«L’ho conosciuto (Giampaolo Tarantini, ndr) la scorsa estate
in Sardegna e mi è stato presentato come un imprenditore
serio e stimato … Sono un garantista e per questo sospendo
ogni giudizio»; «Non c’è nulla nella mia vita privata di cui
io mi debba scusare».
Ora, se non ci fossero altri elementi di giudizio, che
invece ci sono in abbondanza, a giustificare il disvalore
etico dei comportamenti del premier nelle note vicende (da
quella della Noemi a quella della D’Addario) basterebbero le
citate dichiarazioni, lette alla luce di certi significativi
silenzi, per avvalorare la severa censura del direttore del
settimanale “Famiglia Cristiana”, secondo il quale «il
limite della decenza è stato superato» e qualcuno ne deve
trarre «le debite conclusioni». Ed invero il cavaliere, non
solo non ha smentito le “feste” e non ha escluso di aver
incontrato la D’Addario nelle circostanze e per le finalità
dalla donna indicate, ma si è fatto porre dal compiacente
direttore del settimanale “Chi” una domanda (quella sulla
prostituta e sulla trappola) che, a ben guardare, finisce
per confermare l’incontro per come è stato raccontato dalla
donna.
Il premier ha poi affermato che la D’Addario ha agito su
preciso mandato e si è così imprudentemente esposto alle
umilianti repliche della interessata che lo ha sfidato a
fornire prove a conforto della sua accusa all’Autorità
Giudiziaria ed ha ribadito con dovizia di particolari le sue
affermazioni. Ma il Capo del governo ha dato anche la misura
della sua cultura datata e maschilista quando ha detto che
nell’approccio con l’altro sesso non c’è «soddisfazione» se
manca «il piacere della conquista». Per lui quindi la
cosiddetta “soddisfazione” è legata alla «conquista»
dell’oggetto-donna che molto somiglia ad una primitiva presa
di possesso. Quanto ai suoi rapporti con l’imprenditore
Tarantini, il premier sorvola sul flusso di notizie che, a
prescindere degli esiti giudiziari delle indagini in corso,
presentano il personaggio sotto una luce che non giustifica
certo la dimestichezza e le relazioni amicali emerse tra i
due. Suona infine veramente spericolata, a fronte di quanto
si va apprendendo, la dichiarazione del premier secondo il
quale non ci sarebbe nulla nella sua vita privata di cui
scusarsi. Una sortita che nessun uomo giusto e saggio
avrebbe avuto l’ardire di fare.
I rilievi dell’associazione FareFuturo (vicina al Presidente
Fini) sulla propensione del premier a favorire “veline”, la
partecipazione del cavaliere alla festa di compleanno di
Noemi in un ristorante di Casoria, le dure dichiarazioni di
Veronica Lario sui comportamenti del marito accusato di
frequentare minorenni, le notizie su certe feste
“particolari” a Villa Certosa, i racconti della D’Addario
sugli incontri col premier dietro compenso a Palazzo
Grazioli: è un crescendo di informazioni che turbano la
pubblica opinione. Il premier non sa cosa fare perché si
rende conto che, da una parte, non può continuare a tacere
e, dall’altra, che ogni “chiarimento” a discolpa, come è
accaduto tempo addietro con “Porta a Porta” e di recente col
settimanale “Chi”, finisce per aggravare la sua già pesante
situazione. Impraticabile risulta anche la linea difensiva
di Berlusconi rivolta a separare (la distinzione è cosa
diversa) la sua privacy dal suo ruolo pubblico, perché lo
stesso cavaliere ha sempre intrecciato i due ambiti, perché
sono proprio i suoi comportamenti “privati” che condizionano
con provvedimenti “ad personam” l’attività politica
(intercettazioni, limitazioni della libertà di stampa,
controllo del servizio pubblico televisivo e simili) e
soprattutto perché una separatezza del genere non è
ammissibile ai più alti livelli di responsabilità politica.
Ma c’è di più. E cioè che il nostro Statuto all’art. 54,
dopo aver precisato che i cittadini hanno il dovere di
essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione
e le leggi, significativamente afferma che coloro ai quali
«sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di
adempierle con disciplina ed onore». Con «disciplina» perché
a questi cittadini è richiesta l’osservanza di tutte le
norme obbliganti col responsabile dominio dei propri
istinti, impulsi e desideri e con «onore» perché essi devono
poter vantare una dignità meritevole di considerazione
positiva sul piano morale e sociale. C’è insomma una etica
costituzionale desumibile non solo dal citato art. 54 ma
anche dai principi generali dello Statuto alla quale non
possono sottrarsi coloro che disimpegnano funzioni
pubbliche, specialmente se queste sono di alto rilievo
istituzionale.
Brindisi, 25 giugno 2009
Michele Di Schiena (asinistra.net)
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