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“... va ricordato l'imperdonabile orrore contro l'umanità
costituito dalle foibe (...) e va ricordata (...) la "congiura del
silenzio", "la fase meno drammatica ma ancor più amara e
demoralizzante dell'oblio". Anche di quella non dobbiamo tacere,
assumendoci la responsabilità dell'aver negato, o teso a ignorare,
la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e
dell'averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze
internazionali” (il Presidente della Repubblica italiana Giorgio
Napoletano, 10 febbraio 2007)
Solo a partire da metà degli anni ’90, a seguito dei dibattiti
provocati dal crollo del comunismo in Europa, che il termine “foibe”
uscì dall'oblio e cominciò a essere discusso. La memoria degli
avvenimenti che riguardano questo tema rimase per lo più ristretta
per quasi cinquant’anni nell'ambito degli esuli e di commemorazioni
locali. Solo una parte della destra ha sostenuto le ragioni dei
massacri delle foibe. Dal 2005 la giornata del 10 febbraio è
dedicata alla commemorazione dei morti e dei profughi italiani. Non
a caso questa data ricorda il trattato di Parigi siglato nel 1947
che assegnò alla Jugoslavia il territorio occupato nel corso della
guerra dall'armata di Tito.
Sono detti massacri delle foibe (foibe ovvero inghiottitoi, enormi
pozzi di natura carsica) le uccisioni di circa 15mila italiani,
compiute per motivi etnici-politici dall'Armata Popolare di
Liberazione della Jugoslavia, alla fine della seconda guerra
mondiale. Il periodo storico va inserito in un momento definibile
“comunismo-nazionalista” jugoslavo e di conseguenza contro le
minoranze etniche italiane, indifese dopo la sconfitta.
Vi erano sin dalla fine del 1800 diverse fazioni per nazionalizzare
Istria e Dalmazia sotto la guida: italiana, slovena, serba e croata.
Ciascuna delle fazioni cominciò a lottare per riunire le proprie
terre alle rispettive "madrepatrie". Il sorgere “dell'irredentismo
italiano” portò il governo asburgico a favorire il sorgere di un
nazionalismo croato contro le bene organizzate comunità cittadine
italiane, da un lato, e contro l'espansionismo serbo dall'altro.
Soprattutto in Dalmazia si ottenne una progressiva repressione
dell'elemento italiano, che fu spinto ad una prima emigrazione verso
nord (Zara, Trieste e Venezia) o sulle isole. Quindi le tensioni fra
le due nazionalità italiana e serba non furono provocate
assolutamente dall'arrivo del fascismo (come spesso viene detto).
Dopo l’annessione di Fiume nel 1924 e a seguito degli incidenti
anti-italiani avvenuti a Spalato grazie al così detto "fascismo di
frontiera" (nudo, crudo e puro) vi fu l'episodio più noto ovvero
l'incendio del Narodni dom, la "Casa nazionale slovena" a Trieste.
Il discorso del Duce a Pola è emblematico: « Di fronte ad una razza
inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica
che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia
devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si
possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani ». La
situazione degli slavi mutò quindi con l'avvento al potere del
fascismo, nel 1922. Fu infatti varata in tutta Italia una politica
di assimilazione delle minoranze etniche e nazionali, che prevedeva
l'italianizzazione di nomi e toponimi, la chiusura delle scuole
slovene e croate e il divieto dell'uso della lingua straniera in
pubblico. Le società segrete slave, preesistenti allo scoppio della
Grande Guerra, si fusero in gruppi più grandi, a carattere
nazionalista e comunista, come la Borba e il TIGR, che si resero
responsabili di numerosi attacchi a militari, civili e
infrastrutture italiane. Alcuni elementi di queste società segrete
furono catturati dalla polizia italiana e condannati a morte dal
tribunale speciale per terrorismo dinamitardo. I rapporti fra la
comunità italiana e quelle allogene non migliorarono neppure in
seguito agli accordi italo-jugoslavi del 1928, che avrebbero dovuto
garantire reciproco rispetto per la minoranza italiana in Dalmazia e
quella slava in Venezia Giulia.
Nell'aprile del 1941 l'Italia partecipò all'attacco dell'Asse contro
la Jugoslavia, in seguito al colpo di stato che aveva spodestato il
governo di Belgrado il 25 marzo 1941 instaurando una giunta
filo-inglese e filo-sovietica. L'Italia si annesse una grande parte
della Slovenia (dove fu costituita la provincia di Lubiana), la
Dalmazia settentrionale e le Bocche di Cattaro.
Inizialmente tranquilla per gli italiani, la situazione nei
territori ex iugoslavi annessi, divenne incandescente dopo
l'aggressione tedesca all'URSS il 22 giugno 1941, allorché le
cellule comuniste "dormienti" in tutta Europa vennero scatenate da
Stalin contro l'ex alleato dell'Asse. In tutta la Jugoslavia,
allora, iniziò una feroce guerriglia, ben presto degenerata in
guerra civile, che coinvolse le truppe italiane in un crescendo di
violenze e atrocità reciproche. L'annessione unilaterale da parte
dell'Italia di parte dei territori già jugoslavi provocò inoltre un
ulteriore inasprimento delle relazioni fra slavi e italiani. Nella
provincia di Lubiana venne instaurato un regime d'occupazione
morbido e rispettoso delle peculiarità locali. Tuttavia l'insorgere
di un movimento di resistenza, provocò la nascita di una
repressione.
I massacri del 1943 e del 1945 ebbero una componente di insofferenza
nei confronti del regime fascista e nei confronti dell’Italia in
quanto tale. Quest'ultima aveva le sue radici nelle vecchie
contrapposizioni nazionali, preesistenti all'italianizzazione
fascista. I rapporti degenerarono ulteriormente a causa
dell'invasione della Jugoslavia.
Parte dei massacri avvennero quindi nel contesto di una "jacquerie",
ossia di un'insurrezione spontanea dei ceti popolari jugoslavi,
esasperati dalla guerra e dalla repressione e in cui molti colsero
anche l'opportunità di portare avanti vendette personali. Questa
jacquerie si rivolse non solo verso i rappresentanti del regime
fascista, ma anche verso gli italiani in quanto tali.
Nell'immaginario popolare jugoslavo dell'epoca si tendeva, infatti,
a far coincidere i concetti di "italiano" e di "fascista"; uno
stereotipo che ancor oggi è diffuso.
Le esecuzioni di massa contro le popolazioni italiane furono uno
strumento di repressione politica ed etnica, organizzato in vista
dell'annessione alla Jugoslavia di tutta la Venezia Giulia (incluso
Trieste e il Goriziano. Si intendevano inoltre eliminare gli
oppositori del regime comunista, ed è in quest'ottica che furono
eliminati anche cittadini di etnia slovena e croata. In vista
dell'annessione era comunque necessario reprimere le classi
dirigenti italiane (compresi antifascisti e resistenti), per
eliminare ogni forma di resistenza organizzata. Questo aspetto era
determinante a Gorizia e Trieste, la cui annessione non era certa.
Tito, pertanto, fece il possibile per occupare Trieste e Gorizia
prima di ogni altra forza alleata, per assicurarsi una posizione di
forza nelle trattative. Neutralizzati i vertici italiani, tentò di
far apparire che gli jugoslavi fossero la maggioranza assoluta. La
composizione etnica sarebbe infatti stata un fattore decisivo nelle
conferenze che sarebbero seguite nel dopoguerra e, per questo
motivo, la riduzione della popolazione italiana sarebbe stata
essenziale.
Il ruolo che comunismo ebbe nella vicenda, enfatizzato o minimizzato
a seconda del contesto politico fu determinante. Gli eccidi ebbero
lo scopo di eliminare i possibili oppositori del costituendo regime
comunista. Inoltre, la repressione terroristica della popolazione
italiana sarebbe stata difficilmente praticabile da parte di un
governo democratico. Un regime repressivo, come quello del comunista
di Tito, poté invece attuarla con facilità. Le foibe furono quindi
uno dei tanti eccidi mediante che caratterizzarono la presa del
potere da parte del regime comunista di Tito.
Il P.C.I. acconsentì a lasciare la Venezia Giulia e il Friuli
orientale sotto il controllo dei partigiani di Tito, avallando
implicitamente l'espansionismo jugoslavo. Fu per questo motivo che
ordinò ai propri combattenti partigiani nella regione di porsi sotto
comando jugoslavo.
Terminato il conflitto molti militanti comunisti italiani
collaborarono con i comunisti jugoslavi e molti si resero complici
dei massacri. Giunsero ad auspicare la formazione di una settima
repubblica federativa jugoslava, di carattere italiano, comprendente
Trieste, Monfalcone e il Friuli. Negli anni successivi il P.C.I.
contribuì a dare una visione alterata degli avvenimenti, volta a
minimizzare e a giustificare le azioni dei comunisti jugoslavi.
Per quanto concerne i primi massacri compiuti dagli jugoslavi
avvennero dopo l'8 settembre 1943 (armistizio tra Italia e Alleati).
Grazie al collasso dell'esercito italiano, i partigiani titini
presero il controllo di parecchie aree in Istria e Dalmazia.
Improvvisati tribunali popolari, che rispondevano ai partigiani dei
Comitati popolari di liberazione emisero centinaia di condanne a
morte. Le vittime (circa 600) furono non solo rappresentanti del
regime fascista e dello Stato italiano, ma anche semplici personaggi
in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro
Stato comunista jugoslavo che s'intendeva creare. La maggioranza dei
condannati fu scaraventata nelle foibe, alcuni mentre erano ancora
in vita.
Nell'ambito dell'Operazione Alarico (l'occupazione dell'Italia in
seguito all'armistizio) i tedeschi impiegarono la 71a Divisione di
Fanteria di stanza in Carniola e nella provincia autonoma di Lubiana
per occupare e rastrellare l'Istria. I croati invasero il
Governatorato di Dalmazia annettendolo allo Stato Indipendente di
Croazia (con l'eccezione di Zara, che resterà - seppur sotto il
controllo tedesco - sotto la sovranità della RSI, fino alla
occupazione jugoslava del ottobre 1944). Ai rastrellamenti
parteciparono anche reparti della Polizia SS e alcuni reparti
italiani della 2a Armata che non avevano deposto le armi dopo l'8
settembre. Venne quindi portata avanti la campagna di repressione
della resistenza dai comandi germanici. Con l'espulsione dei
partigiani, divenne possibile eseguire varie ispezioni nella foibe,
dove furono rinvenuti i resti di numerosi cadaveri. Il compito di
ispezionare le foibe fu affidato al maresciallo dei Vigili del Fuoco
Arnaldo Harzarich di Pola, che condusse l'indagine dall'ottobre 1943
al giugno del 1945.
Il vero e proprio "massacro delle foibe" si ebbe subito dopo la fine
della guerra, anche se un preambolo si ebbe nel corso
dell'occupazione delle città dalmate dove risiedevano comunità
italiane, come a Zara (ottobre 1944). A partire dal maggio del 1945,
i massacri si verificarono in tutta la Venezia Giulia (Trieste,
Gorizia, Istria e Fiume). A Gorizia e Trieste (occupate dai il 1°
maggio), i massacri cessarono con l'arrivo degli alleati il 12
giugno. I baratri venivano usati per l'occultamento di cadaveri con
tre scopi: eliminare gli oppositori politici e i cittadini italiani
che si opponevano alle politiche del Partito Comunista Jugoslavo di
Tito; dominare e terrorizzare la popolazione italiana delle zone
contese ed in qualche caso vendicarsi di nemici personali.
Quindi nelle foibe sono stati gettati molti dei cadaveri delle
persone eliminate dai partigiani jugoslavi. Le vittime civili e
militari sono state fucilate e gettate in foiba. In alcuni casi,
come è stato possibile documentare, furono precipitate nell'abisso
non colpite o solo ferite. Sebbene quest'ultima modalità di
esecuzione fosse, come già detto, solo uno dei modi con cui vennero
uccise le vittime dei partigiani di Tito, nella cultura popolare
divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del
massacro. In realtà la maggior parte delle vittime, date per
infoibate, sono stati inviate nei campi di concentramento jugoslavi
dove molte furono uccise o morirono di stenti. Tra i caduti figurano
membri del Partito nazionale fascista, ufficiali e funzionari
pubblici, parte della dirigenza italiana contraria sia al comunismo,
sia al fascismo (tra cui compaiono capi di organizzazioni partigiane
anti-fasciste) sloveni e croati anti-comunisti, collaboratori e
nazionalisti radicali e semplici cittadini. Nel dopoguerra e dopo,
non furono mai effettuate stime scientifiche del numero delle
vittime, che venivano usualmente indicate in 20.000. Studi rigorosi
sono stati effettuati solo a partire dagli anni '90. Una
quantificazione precisa è impossibile, vi è infatti una generale
mancanza di documenti, che spesso non furono nemmeno emanati dalle
autorità jugoslave. Il governo jugoslavo(e successivamente quello
croato) non ha inoltre mai accettato di partecipare a inchieste per
determinare il numero di decessi.
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