|
Si violentano le donne,
si umiliano, si offendono nella carne e nello spirito, poi si
gettano via. Si bruciano vivi i barboni con una risata sgarbata,
tutta l’indifferenza nei riguardi della dignità umana, un
menefreghismo costruito a misura, verso quanti deboli e indifesi
possono essere usati come divertimento contro la noia.
Donne e clochard, scagliati in faccia alle coscienze, sempre pronte
a trovare un capro espiatorio, sempre quello, sempre uguale, sempre
meno attendibile: siamo circondati dagli stranieri, oramai siamo in
preda al panico, ridotti al filo spinato delle parole lanciate a
grappolo, dei colpi di pistola sparati nel mucchio.
Come se tutti i guai fossero riconducibili ai comunitari
indesiderati, certamente un fenomeno da riconsiderare nei numeri,
nella qualità dei ruoli, ma altrettanto sicuramente non responsabili
dei mali della nostra società.
La mattina osservo gli adolescenti fermi alle stazioni dei pulman,
nei pressi delle scuole, sono bestemmie e pugni sul muso, spintoni e
occhiatacce, gruppi che si fronteggiano, muscoli e odio che sale nei
riguardi dei più deboli, per quanti non hanno, non posseggono, non
potranno avere.
Nella famiglia, il microcosmo che costituisce-costitutivamente il
macrocosmo collettività, anche lì vedo calci e prepotenza, come se
improvvisamente nelle nostre vene scorresse un liquido inquinato e
inquinante, la peggiore espressione della nostra disumanità.
Primo levi ci ha lasciato in eredità che occorre credere nella
ragione e nella discussione, che all’odio bisogna anteporre sempre e
comunque la giustizia.
Forse proprio in queste parole c’è la chiave di accesso per
scardinare l’oblio in cui ci siamo cacciati, la lentezza di un
intervento educativo capace, la stanchezza per un’esistenza che non
consente più pause, riflessione, ascolto, e un briciolo di pietà.
La pietà questa compagna di viaggio ripudiata, messa al bando, da un
odio che cresce, che fa sponda alla paura, e rende invincibili i
branchi in agguato, eroi i vigliacchi, leaders chi non potrà mai
esserlo.
Ricordo qualche tempo fa quando ho sostenuto che non si trattava di
mera sporadicità, né di accadimenti incredibilmente da fuori di
testa in via di esaurimento, rammento bene le alzate di spalle, i
comportamenti di spocchiosa alterità.
Qualcuno dirà che non siamo ancora a questi livelli di
urbanizzazione incontrollata dell’odio, eppure se guardo negli occhi
un adolescente, leggo oltre alla spavalderia dell’impunito,
l’incapacità di accettare un’altra persona diversa da se stesso, in
quello sguardo c’è lancinante l’assenza di un qualche dubbio, di
contro ci sono gli sms che cristallizzano una società materializzata
e livellatrice, al punto da disconoscere quel pudore essenziale per
non dichiarare fallita in partenza la nostra personalità, il nostro
valore di esseri umani.
Un indiano bruciato vivo, un altro clochard dopo quello di Rimini,
un’altra persona al macero che non faceva male a nessuno, ma rendeva
inqualificabile l’arredo urbano.
Perdiamo tempo a domandarci se è xenofobia, razzismo, o più
semplicemente è il risultato di una disconnessione mentale e
emozionale, e allora dalle università alle scuole secondarie non è
più sufficiente arrancare sul compito dell’istruzione pura, ma
bisogna affiancare un’azione educativa influente per autorevolezza,
che trasmetta l’importanza del legame tra un individuo e l’altro,
anche quello solo apparentemente diverso, o spesso, unicamente meno
fortunato.
|