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Se mai qualcuno abbia svolto servizio di
volontariato in un dormitorio, saprebbe come la figura del clochard
sia distante da quella raccontata in certa letteratura romantica,
che lo vorrebbe felice e contento del proprio abbrutimento
psico-fisico.
Il clochard, il barbone, adagiato sul cartone o sulla panchina è
soltanto un uomo solo, impreparato alle nuove sfide, oppresso dalle
proprie lentezze e stanchezze, fragile e ultimo davvero, per questo
dovrebbe suscitare il rispetto dovuto.
In quattro si sono adoperati per estinguere il clochard di turno,
per arrostirlo e spedirlo all’altro mondo, in quattro per uccidere
un uomo inerme e inoffensivo, ma colpevole di essere una persona
abbandonata.
Hanno cosparso di benzina una persona adagiata su una panchina,
hanno tentato di farne un bel falò, non per fanatismo religioso, nè
per razzismo congenito, lo hanno preso di mira perchè tanto è una
“cosa” senza valore, anzi un fastidio da scacciare via, in fin dei
conti è uno di quelli non bello da vedere, da sloggiare in fretta
dai parchi, dalle vicinanze dei cassonetti, dalle chiese, perché no
anche delle città illuminate.
Quattro “bravi” ragazzi, ciascuno con il suo bel pedigree, fornito
dalla scuola, dal datore di lavoro, dalla famiglia, ognuno con in
tasca un pezzo di futuro già bello e confezionato.
Quando si è dei mentecatti in quattro il coraggio lo si trova nella
fisicità di un sorriso, di una smorfia, la sfrontatezza dell’intesa
è sottotraccia al tubo di birra, di una canna, di uno sniffing,
sopra il palcoscenico dove inizia la recita, al nastro di partenza,
per la finale assoluta, per uscire finalmente dalla maledetta
anonimia, dalle stramaledettamente uguali serate al bar a fare
niente, se non a costruire percorsi di guerra mentali, tanto per non
restare schiacciati dalla propria insignificanza.
In quattro a pensare di annientare chi sta dietro, per la paura di
esser conciati peggio.
Forse accade per assenza di un tempo e di un impegno che riesca a
sdoganare l’emozione di una relazione importante, di un incontro da
ricercare per non esser costretti alla resa di fronte al niente di
una coscienza infantilizzata.
Il barbone brucia, l’adrenalina sale fino a stracciare gli
analfabetismi affettivi, le contaminazioni subliminali, il reality
non è solamente di casa in tv, nei tiggì, nelle pagine patinate, è
qui e ora, e noi finalmente siamo i protagonisti, chi se ne frega se
attraverso le sofferenze di un poveraccio.
Emergenza educativa? In questa constatazione c’è tutta l’impresentabilità
del mondo adulto, da quello genitoriale a quello professorale,
impegnato a fare cassa piuttosto che fatica preventiva, per
inchiodare alle proprie responsabilità chi pensa che esistono
persone diverse e quindi di minore importanza, di così basso profilo
da risultare insopportabili.
Questi quattro “bravi” ragazzi ci fanno comprendere che questa
mimetizzazione di normalità malata crea inquietudine, attese,
desideri che divengono indicibili, fino a relegare in un angolo una
parte di umanità, quella più giovane, inconsapevole di erigere
rifiuto e distanza nella comprensione degli altri, soprattutto di
quelli meno fortunati.
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