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Per un credente è giusto che i principi in cui si
riconosce diventino legge dello Stato e che, quindi, le sue credenze
religiose, divenute leggi, siano obbligatorie per tutti.
Per un credente lo Stato non dovrebbe regolamentare il diritto dei
cittadini a ricorrere al divorzio, né avrebbe mai dovuto dotare il
Paese di una legge come la 194 del ’78, che permette l’interruzione
volontaria della gravidanza.
Per il credente bene ha fatto il Parlamento a vietare alcune
tecniche riguardanti la fecondazione assistita e a non legiferare
sulle coppie di fatto.
Ma ciò che è bene e giusto per un credente non necessariamente deve
diventare legge di uno Stato.
Il Parlamento di uno Stato che legiferasse: sulla nascita, sulla
procreazione, sulle unioni e sulla morte, sotto i dettami dei
credenti di una singola fede, verrebbe meno alla funzione di garante
delle libertà e dei diritti di tutti i suoi cittadini.
Il legittimo diritto del credente, a restare fedele alla sua Chiesa
e ai comandamenti che gli vengono dalla Dottrina, non può
prevaricare il diritto dei singoli che non si riconoscono in quei
principi.
Benché tali argomentazioni siano,ormai, patrimonio comune a credenti
e non credenti, è necessario ribadirle.
Pertanto, quando la Chiesa non accetta il valore della sentenza
della Cassazione e nega il diritto del singolo a non voler vivere
come un vegetale, deve essere chiaro che parte da considerazioni di
fede e quindi il messaggio è indirizzato a quanti si riconoscono in
quella fede. Quella stessa fede che vede nella morte un disegno
divino, che la scienza non deve manipolare.
Ma, allora, se la morte è un evento naturale, inserito in un
progetto divino, proiettato verso la vita eterna, perché mai il
credente, dinanzi ad un organo dello Stato che afferma i principi
della Costituzione a garanzia della libertà di tutti, usa la lingua
in maniera aggressiva e parla di omicidio di Eluana? Perché alimenta
equivoci e lacera le coscienze, non ultima quella di un padre già
fortemente scosso e provato da un calvario durato sedici anni?
Almeno che qualcuno non ritenga che lo Stato non abbia il diritto di
garantire la libertà dei suoi cittadini dinanzi alla morte e che
questo diritto spetti solo alla religione cattolica.
Così come spetti alla religione indicare i percorsi sulla
fecondazione, sull’interruzione della gravidanza, sulla gestione
della vita di coppia, sulla separazione matrimoniale.
La condizione di Eluana, come la richiesta di Piergiorgio Welbi, si
presta a diventare terreno di scontro ideologico in cui si deve
affermare l’autorevolezza della religione e quindi della Chiesa,
unica interprete autentica della Dottrina.
Dinanzi ai temi etici la Chiesa nega, di fatto, allo Stato la
funzione di garante dei diritti dei cittadini e gli intima di non
legiferare contro le indicazioni che provengono dal suo Magistero.
Quale posto occupino la pietà, il dolore e la sofferenza di un
genitore in questo scontro è facile prevederlo, dal momento in cui
quel padre ha scelto di chiudere con un’esperienza che personalmente
non ha ritenuto più sopportabile per la propria figliola.
Giudicarlo è stato quanto di più inopportuno si potesse fare.
La sentenza della Cassazione, rispettosa del diritto di ogni
cittadino a decidere per sé, qualsiasi fede o idea egli difenda, ha
dato ragione al dolore di quel padre.
Questi i fatti.
Per quanto riguarda il merito, personalmente non posseggo competenze
che mi diano certezze per prendere posizione, pertanto, in mancanza
di queste, mi arrogo il diritto a non avere un’opinione, e pur
rispettando le posizioni di monsignor Talucci , mi attengo alle
decisioni della Corte.
D’altro canto, quanto reggerebbero le istituzioni se tutti ci
sentiamo in dovere di condurre crociate contro quelle regole che una
comunità si è data per una civile convivenza delle diverse credenze?
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