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Replica al dott. Gennachi
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Caro dott Gennachi,
ho letto, con un po’ di ritardo ma con molta attenzione quanto
hai scritto, (ndr clicca qui per leggere
l'articolo del dott. Gennachi) concordo che sei stato molto
concreto e non mi lascio sfuggire l’occasione per continuare una
discussione, finalmente seria, sulla situazione attuale e sulle
prospettive future della viticoltura vegliese.
Ho guidato, insieme ad altri produttori, per diversi anni il
Consiglio di Amministrazione della Viticultori Associati e
quegli atteggiamenti culturali, di cui tu parli, abbiamo avuto
il coraggio di affrontarli ma, ahimè con scarsi risultati.
Permettimi, al fine di essere quanto più possibile chiaro, di
fornire qualche dato. Negli anni 1997 e 1998, annate discrete,
gradazioni medie oltre i 18 gradi zucchero la Cantina ha
liquidato le uve a £ 3600 circa il grado, nel 1999 gradazione
16,5 a £ 2850; nel 2000 gradazione 19 a £ 3400; nel 2001
gradazione 18 ad € 1.6. Prezzi come si vede, in linea se non
superiori, con buona pace dei nostri detrattori, alle Cantine
vicine che ora, ci vengono additate come esempio. Sottolineo
inoltre, che in quel periodo la base sociale della Cantina di
via Fratelli Bandiera era in maggioranza costituita da soci
provenienti da Leveranno. Ma, al di là di ogni intento polemico,
questi dati possono indurre in errore se non si inquadrano nel
periodo a cui essi si riferiscono. Tali risultati, a prima
vista, evidenziano che le annate migliori hanno prodotto
risultati migliori, ma con onestà intellettuale mi sento di
affermare che tali liquidazioni non sono state solamente il
frutto di un mercato in grado di premiare la qualità, quanto e
soprattutto gli incentivi per l’avviamento del vino alla
distillazione il cui premio raggiungeva spesso il doppio del
prezzo che in quel momento poteva offrire il mercato. Fra le
varie forme di distillazione ve ne era una che, contrariamente
alle altre, era penalizzante ed obbligava tutti i trasformatori,
in base alla resa di produzione per ettaro, al conferimento di
una certa quantità di vino da distillare. Questo tipo di
distillazione aveva creato un mercato parallelo, perchè aziende
del nord pur di preservare il loro prodotto di qualità
acquistavano vino scadente dalle aziende del sud ( in modo da
pagarlo il minor prezzo possibile) vino da conferire, per conto
loro, alla distillazione obbligatoria. In questo modo andava via
sia il poco prodotto di qualità che quello scadente. In poche
parole fino al 1999 abbiamo prodotto quasi esclusivamente vino
da destinare alla distillazione. Ma la cuccagna stava per
finire, infatti nel 1998 la CEE emanava con una serie di
regolamenti l’Organizzazione Comune dei Mercati (che andrà a
regime nel 2000) in cui abolisce le distillazioni agevolate ed
obbliga quindi ogni azienda a mettersi sul mercato.
Queste novità furono dal CdA della Viticultori Associati
percepite ed assimilate per tempo e trasmesse ai soci
ripetendole fino alla nausea nelle numerose assemblee, tali soci
furono invitati a cambiare modo di produrre, e a supporto fu
stipulato un accordo con il Consorzio di Tutela delle colture
intensive della Provincia di Lecce che creò dei campi pilota
distribuiti in vari punti del feudo di Veglie per monitorare la
presenza di patologie della vigna, individuando nel contempo i
prodotti fitosanitari più adeguati, i tempi e i modi per
interventi mirati al fine di ottenere un prodotto migliore. Fu
una fatica immane convincere le persone a partecipare al
progetto infatti su una base sociale di 600 soci ne aderirono
una decina , l’anno successivo ne parteciparono solo due. Anche
sul piano commerciale si capì benissimo che le cose dovevano
necessariamente cambiare, si decise quindi di incentivare la
vendita del vino confezionato, fu acquistata una nuova linea di
imbottigliamento e due annate discrete 2000 e 2001 ci permisero
una buona penetrazione nel settore di mercato dominato dalla
Grande Distribuzione. Ci rendemmo perfettamente conto che per
acquisire fette di mercato più remunerativo, richiedeva
ulteriori investimenti in tecnologia e risorse umane che da soli
non potevamo sopportare tali spese anche perché nel frattempo,
grazie(?) agli espianti, la produzione andava diminuendo.
Lanciammo così l’ipotesi della fusione con la Cantina Sociale di
Veglie e furono avviati i primi incontri per valutare la
fattibilità. Nella base sociale che già aveva mal digerito, non
si capisce perché, la commercializzazione del vino confezionato
scoppiò il finimondo che culminò con la presentazione in
assemblea di una mozione, che fu approvata in maggioranza, in
cui si faceva assoluto divieto al Presidente e al Consiglio di
Amministrazione di proseguire sotto qualsiasi forma trattative
per giungere alla fusione. Il tempo ha dimostrato che sia per il
prodotto confezionato (attualmente si vende mezzo milione di
bottiglie) sia la fusione a cui si è forzatamente arrivati dieci
anni dopo erano strategie vincenti e, se affrontate in modo
diverso e in tempi più opportuni avrebbero dati sicuramente
risultati diversi. Questa esposizione di fatti inconfutabili da
chiunque, non vuole essere una autoassoluzione di tutte le
“nefandezze” di cui io in prima persona insieme agli altri
amministratori siamo stati da alcuni soci accusati, tali soci
hanno tralasciato il fatto che i risultati di qualsiasi impresa
non possono essere disgiunti dalla produzione, nè la gestione
non può dare risultati positivi se su una pessima produzione di
uva il cui valore è stimato in € 136.000 circa se ne spendono
poco meno di € 90.000 in prodotti enologici e MCR per rendere
potabile il vino che se ne è ricavato (dati bilancio 2006 CVA).
Come vede dott. Gennachi, noi come amministratori crediamo di
aver fatto tutto il possibile per trasformare i contadini in
agricoltori o meglio in viticultori, hanno sempre preferito,
quando hanno avuto la possibilità, di vendere il loro prodotto;
quando non lo voleva nessuno annate 2003,2004, 2005 e successive
hanno utilizzato la Cantina come “ammasso” scaricando i loro
problemi sugli amministratori ed ergendosi nel contempo a
censori dell’altrui operato, indicando nella Cantina di Leverano
l’esempio da seguire perché loro sì sanno fare i miracoli; mai
chiedendosi perché un acquirente è disposto a pagare un vino al
prezzo 10 € presso la Cantina di Leveranno quando lo potrebbe
avere a 4€ presso la cantina di Veglie; sarà forse la qualità
diversa?
Questo comunque appartiene al passato, pensiamo al futuro.
La fusione è ormai un fatto acquisito, un progetto di
ammodernamento tecnologico ed un piano di risanamento delle
passività della Cantina era parte integrante del progetto di
fusione, bisogna avere solo il tempo per realizzarlo; una base
di mercato su cui fare affidamento per ulteriori sviluppi già
esiste; il nuovo CdA mi sembra motivato ed attivo a risolvere i
problemi. Bisogna acquisire , e questo è sempre il solito grosso
problema, la partecipazione e la fiducia della base sociale.
A questo proposito, non sono per niente ottimista, perché mi
chiedo come mai il dott Gennachi per professione lontano dal
mondo della produzione vitivinicola, ma solo come attento
osservatore di ciò che gli succede attorno riesce a focalizzare
il problema mentre dagli “addetti ai lavori” si sentono solo
“ululati”?
Ma non basta, poiché lo scenario in cui entrambi i criminali
decidono di tradirsi a vicenda costituisce anche il peggiore
esito possibile dal punto di vista collettivo, poiché determina
un totale di 12 anni di carcere da scontare. Quindi anche dal
punto di vista collettivo la situazione più favorevole
possibile, nel senso di socialmente desiderabile, corrisponde al
caso in cui si sceglie una strategia cooperativa che conduce
all’assenza di tradimento reciproco. In questo caso, infatti,
avrebbero entrambi ottenuto una pena simbolica.
Il dilemma del prigioniero dunque mette in risalto il conflitto
tra razionalità individuale, nel senso di massimizzazione
dell’interesse personale, ed efficienza, ovvero miglior
risultato possibile, sia individuale che collettivo. Applicando
una strategia individualistica infatti si ottiene un esito
inferiore rispetto a quanto ottenibile nel caso in cui si possa
raggiungere un accordo negoziale, oppure nel caso in cui ci si
possa fidare dell’altro .
Una considerazione oggettiva è che il dilemma illustra un
conflitto tra razionalità individuale e di gruppo: se i membri
di un gruppo perseguono razionalmente il proprio interesse,
possono ottenere un risultato inferiore ai membri di un altro
gruppo che agiscono in modo contrario al proprio individuale
vantaggio razionale.
Giovanni Rolli