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   25settembre 2008 - di Daniele Durante

Lettere

 

Andrea s'è perso
 

 


Andrea ha 20 anni, viso sbarbato, pallido, magliettina a manica corta e jeans. Andrea è un ragazzino, uscito da poco dalle superiori. Andrea è un tossicodipendente.
Le nostre vite si sono incrociate sotto un cavalcavia, una strada grande, trafficata. Veniva portato a spalla da due suoi amici, gli occhi rivolti verso l'alto, incapace di reggersi in piedi. Biascicava parole senza senso, voleva dire qualcosa, ma l'overdose glielo impediva. Un quarto d'ora prima era entrato nel bar che frequenta di solito, camminando come uno zombie, cercando disperatamente aiuto. La gente per strada lo aveva spintonato da una parte all'altra: "un tossico, che schifo". Due ragazzi l'hanno riconosciuto e hanno deciso di portarlo a casa, da sua madre. "Tenetelo sveglio" è la prima cosa che io e Peppe diciamo ai ragazzi, "tenetelo sveglio". Ho 3 anni più di lui, ma ho il dovere di salvargli la vita.
Chiamo il 118, un'ambulanza sul posto è l'unico modo perché Andrea non vada all'altro mondo. Mi dicono che faranno il prima possibile...
L'operatore sanitario al call center mi dice di farlo stendere, e non c'è niente di più facile, perché Andrea non si regge in piedi.
Gli amici lo adagiano al suolo e lui va giù emettendo strani versi. Prendo il suo braccio destro e lo guardo: i piccoli buchi rossi confermano tutto, confermano che, come cantava De Andrè, Andrea s'è perso, e non sa tornare.
Gli amici si agitano, lo baciano, lo chiamano, dicono che è un bravo figliolo, dicono che sua madre non sa niente. Io lo osservo. È un bel ragazzo, magrolino, potrebbe andare a ballare, correre dietro alle donne, giocare a calcetto. Invece la sua compagna è la siringa.
Prima ti fa sentire in estasi e poi ti ammazza, per strada, senza pietà. Ma almeno stavolta dobbiamo impedire che la vita di Andrea finisca a vent'anni.
L'ambulanza arriva dopo 10 lunghi minuti. La prima diagnosi è chiara e implacabile: overdose da eroina endovenosa. Lo sapevamo tutti, ma detto da un medico fa più effetto. Decidono di portarlo in ospedale e noi decidiamo di seguirli. Gli amici ci chiedono di fargli avere notizie, io faccio un cenno di assenso e partiamo dietro l'ambulanza. Lampeggiante dietro lampeggiante. Le auto si spostano, ed è giusto così, Andrea deve vivere, almeno per oggi.
Appena arrivati al Pronto soccorso ci dicono che risponde bene ai farmaci e che è fuori pericolo. Tiriamo un sospiro di sollievo.
L'ultima immagine che ho nella mente è quella di Andrea disteso sulla barella che varca la soglia della sala interna del pronto soccorso.
Potremmo andare dentro, ma è inutile, non servirebbe a niente. La porta si chiude davanti a noi. Questo ragazzo ha avuto un giorno in più da vivere, un giorno in più per capire che sta sbagliando tutto, che deve farsi curare.
Né io né Peppe lo conosciamo, ma siamo contenti che sia andata così, anche se non può non prendere il sopravvento la pietà per un coetaneo che si fa del male fino a uccidersi.
Risaliamo in macchina e ci allontaniamo. Andrea non sa di noi, non ci conosce e non ricorderà i nostri volti, ma la prossima volta che lo vedremo camminare per strada magari lo fermeremo, gli chiederemo se va tutto bene e se sta andando proprio in quel bar vicino al cavalcavia.
Probabilmente annuirà con l'aria stupita, domandandosi chi siano questi due sconosciuti che fanno tante domande. Gli dirò di stare attento perché la vita di chi si buca è una vita di merda.
Poi lo lasceremo lì, sperando di non dovere più aiutarlo a non morire.