Andrea ha 20 anni, viso sbarbato, pallido,
magliettina a manica corta e jeans. Andrea è un ragazzino,
uscito da poco dalle superiori. Andrea è un tossicodipendente.
Le nostre vite si sono incrociate sotto un cavalcavia, una
strada grande, trafficata. Veniva portato a spalla da due suoi
amici, gli occhi rivolti verso l'alto, incapace di reggersi in
piedi. Biascicava parole senza senso, voleva dire qualcosa, ma
l'overdose glielo impediva. Un quarto d'ora prima era entrato
nel bar che frequenta di solito, camminando come uno zombie,
cercando disperatamente aiuto. La gente per strada lo aveva
spintonato da una parte all'altra: "un tossico, che schifo". Due
ragazzi l'hanno riconosciuto e hanno deciso di portarlo a casa,
da sua madre. "Tenetelo sveglio" è la prima cosa che io e Peppe
diciamo ai ragazzi, "tenetelo sveglio". Ho 3 anni più di lui, ma
ho il dovere di salvargli la vita.
Chiamo il 118, un'ambulanza sul posto è l'unico modo perché
Andrea non vada all'altro mondo. Mi dicono che faranno il prima
possibile...
L'operatore sanitario al call center mi dice di farlo stendere,
e non c'è niente di più facile, perché Andrea non si regge in
piedi.
Gli amici lo adagiano al suolo e lui va giù emettendo strani
versi. Prendo il suo braccio destro e lo guardo: i piccoli buchi
rossi confermano tutto, confermano che, come cantava De Andrè,
Andrea s'è perso, e non sa tornare.
Gli amici si agitano, lo baciano, lo chiamano, dicono che è un
bravo figliolo, dicono che sua madre non sa niente. Io lo
osservo. È un bel ragazzo, magrolino, potrebbe andare a ballare,
correre dietro alle donne, giocare a calcetto. Invece la sua
compagna è la siringa.
Prima ti fa sentire in estasi e poi ti ammazza, per strada,
senza pietà. Ma almeno stavolta dobbiamo impedire che la vita di
Andrea finisca a vent'anni.
L'ambulanza arriva dopo 10 lunghi minuti. La prima diagnosi è
chiara e implacabile: overdose da eroina endovenosa. Lo sapevamo
tutti, ma detto da un medico fa più effetto. Decidono di
portarlo in ospedale e noi decidiamo di seguirli. Gli amici ci
chiedono di fargli avere notizie, io faccio un cenno di assenso
e partiamo dietro l'ambulanza. Lampeggiante dietro lampeggiante.
Le auto si spostano, ed è giusto così, Andrea deve vivere,
almeno per oggi.
Appena arrivati al Pronto soccorso ci dicono che risponde bene
ai farmaci e che è fuori pericolo. Tiriamo un sospiro di
sollievo.
L'ultima immagine che ho nella mente è quella di Andrea disteso
sulla barella che varca la soglia della sala interna del pronto
soccorso.
Potremmo andare dentro, ma è inutile, non servirebbe a niente.
La porta si chiude davanti a noi. Questo ragazzo ha avuto un
giorno in più da vivere, un giorno in più per capire che sta
sbagliando tutto, che deve farsi curare.
Né io né Peppe lo conosciamo, ma siamo contenti che sia andata
così, anche se non può non prendere il sopravvento la pietà per
un coetaneo che si fa del male fino a uccidersi.
Risaliamo in macchina e ci allontaniamo. Andrea non sa di noi,
non ci conosce e non ricorderà i nostri volti, ma la prossima
volta che lo vedremo camminare per strada magari lo fermeremo,
gli chiederemo se va tutto bene e se sta andando proprio in quel
bar vicino al cavalcavia.
Probabilmente annuirà con l'aria stupita, domandandosi chi siano
questi due sconosciuti che fanno tante domande. Gli dirò di
stare attento perché la vita di chi si buca è una vita di merda.
Poi lo lasceremo lì, sperando di non dovere più aiutarlo a non
morire.