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Seguo con attenzione gli illuminanti interventi di Giuseppe
D'Avanzo ma non posso questa volta essere d'accordo su alcune
critiche da lui mosse a Travaglio con "l'analisi" pubblicata da
"la Repubblica" il 13 maggio. Dice D'Avanzo che il discutibile
rapporto di Schifani con Nino Mandalà risale al 1979 e che solo
venti anni dopo il Mandalà venne accusato di mafia, circostanza
questa che sarebbe sembrata al noto polemista sufficiente per
fare apparire il Presidente del Senato in odore di mafia.
Aggiunge D'Avanzo che le lontane «amicizie pericolose» di
Schifani furono raccontate da "la Repubblica" nel 2002 e riprese
poi da altre pubblicazioni precisando che di tali «legami» non
si parlò più perché un lavoro di ricerca non offrì «alcun
elemento decisivo di verità». Accusa quindi ingiustamente
Travaglio di un pessimo giornalismo di opinione «che mai si
dichiara correttamente tale».
Ed allora perché sarebbe stato buon giornalismo (non si sa se di
informazione o di opinione) la notizia sulle «amicizie
pericolose» di Schifani data da "la Repubblica" nel 2002 e non
lo sarebbe oggi quando Travaglio la ripropone per sostenere
esplicitamente l'opinione secondo la quale vi sarebbe un
regresso qualitativo dei politici chiamati ad incarichi di alta
responsabilità? E poi, se è solo l'elezione di Schifani alla
seconda carica dello Stato l'elemento che renderebbe cattivo un
giornalismo considerato ieri buono (cosa discutibilissima),
perché mai D'Avanzo conclude il suo intervento definendo lo
stesso Schifani non meritevole di solidarietà perché «ha sempre
preferito tacere su quel suo passato sconsiderato»? Non è forse
questa una "opinione" che utilizza, non meno disinvoltamente di
quanto lo farebbe Travaglio ricordando i dubbi «legami», un
"fatto" e cioè il silenzio di Schifani, vale a dire un elemento
per sua natura di incerta interpretazione ed ancor meno
affidabile dopo l'esito negativo delle riferite ricerche per
trovare «elementi di verità»?
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