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   28 maggio 2008 - di Walter Baggio

Lettere

 

Fede: in pillole a basso dosaggio




Nella vita di ogni persona, in quanto possibile futuro genitore, arriva puntuale il momento in cui è necessario assumere la responsabilità di scelte in tema di educazione dei figli.
Si tratta di scelte personali, soggettive, che possono anche essere molto diverse dal comune modo di pensare e che, proprio per questo, richiedono una cauta valutazione, un’attenta analisi e la serenità di un giudizio espresso non sulla base del mormorio della piazza, ma nell’ottica del beneficio che ne trarrà il destinatario del gesto educativo.
Considerando la delicatezza dell’argomento e le possibili implicazioni conseguenti a scelte errate, è doveroso porre la massima attenzione nel trattare di tali argomenti, evitando generalizzazioni ed impegnandosi invece in un’attenta analisi di tutti i possibili scenari generati da una decisione di tal portata, al fine di valutarne ogni pro ed ogni contro.
E’ d'altronde ben noto quanto una non sufficientemente meditata decisione, potrebbe portare ad irrimediabili deficienze nella crescita intellettuale di un figlio.
Si vuole qui esaminare una delle prime scelte cui sono portati i genitori del mondo moderno: la gestione della spiritualità e dell’educazione, alla luce di una fede, quale che essa sia.
E’ noto che ogni società umana ha costruito e sviluppato nei millenni un forte senso di spiritualità, finalizzato sostanzialmente alla salvaguardia della specie e dei privilegi acquisiti, intesi come la capacità di gestire l’altro da sé, di dominare il mondo circostante e di giustificare l’imponderabile e l’irrazionale.
Questa spiritualità si esplica tramite precetti che, all’origine, sono sostanzialmente concepiti per sostituirsi al senso materno, comunemente definito “istinto”, ma meglio identificabile come “consapevolezza del mondo”, che sopravvive dalla notte dei tempi nella coscienza delle altre specie animali, essendo invece ormai perduto nella specie umana.
E’ del tutto evidente di come la deficienza del senso dell’istinto comporta da sé l’incapacità di trasmettere in modo diretto, di madre in figlio, la conoscenza acquisita: non sappiamo più scegliere il bene per noi, come potremmo farlo per altri?
D’altra parte, il fatto che questa trasmissione di conoscenze/esperienze non segua più il legame di sangue, ma venga delegato ad altra via comporta, come principale conseguenza, la necessità di affidare la crescita intellettuale dei nostri figli ad altri, da noi ritenuti i detentori del “sapere” necessario alla formazione della coscienza dei futuri adulti.
E’ manifesto quanto questa operazione di delega comporti una grande fiducia, ovvero fede, nell’entità da noi delegata ad insegnare ai nostri figli come sopravvivere in questo mondo, perpetuando in questo modo la specie umana.
E’ altrettanto noto quanto alcune di queste entità abbiano abusato di tale fiducia, sostituendosi ai genitori, attuali e futuri, non nell’educazione dei figli, ma nella loro sottomissione, al solo fine di accrescere il proprio potere di casta.
Penso sia d’obbligo porsi una domanda: così come un’istituzione finanziaria non può che perseguire il proprio specifico profitto con l’utilizzo dei capitali affidatigli dal privato, non è che l’uso-abuso dei giovanissimi, patrocinato dalla nostra stessa fede, avrà come sola conseguenza un’accresciuta potenza dell’istituzione istruente?
Non penso che qualcuno possa dubitare sull’onestà intellettuale di una gatta che alleva i propri cuccioli, di un passero che costruisce il nido per farvi crescere i propri pulcini, di una madre che, con giustizia e moderazione, cresce i propri figli, ma possiamo davvero avere la stessa fiducia in chi è depositario della nostra fede?
Da che mondo è mondo, il potere si esplica con la conoscenza, con l’essere detentore di informazioni non accessibili a tutti.
Perché dovrei insegnare ad un ragazzo ad essere indipendente, sicuro di sé, capace di prendere decisioni per sé e per i figli che avrà, se tutto ciò comporta l’affrancamento dalla sudditanza in cui potrei mantenerlo?
Perché dovrei insegnare il bene, il rispetto, l’onestà per il solo gusto di essere buoni, rispettosi ed onesti, senza millantare il miraggio di una seconda vita, cui accederanno solo i pochi eletti che io solo avrò selezionato, cedendo in tal modo le virtuali chiavi di un paradiso con cui potrei ricattare il giovane per tutta una vita?
L’esperienza insegna che nessuna fede può né deve essere cieca; che non è giusto né onesto affidarsi totalmente ad entità esterne a noi, delegando ad esse i nostri compiti istituzionali di uomini prima e di genitori poi. E questo, a maggior ragione se il riferimento cade su entità superiori per definizione.
Solo noi esseri umani, fallaci per definizione ma edotti da un’esperienza reale, sinceri sostenitori di valori concreti, quali che essi siano, potremo trasmettere ai più giovani un sapere teso ad un solo unico fine: il bene per i nostri figli.
Ben venga un aiuto, moderato e discreto, proveniente sia dal mondo più spirituale che da quello più brutalmente terreno, ma che mai una fede si sostituisca ad una madre nel decidere cosa è il bene e cosa è il male.
Che mai nessuna fede si professi così forte da spostare le montagne, se poi non si dimostra neppure in grado di aiutare un’anima che chiede aiuto.
Alla luce di queste argomentazioni, appare evidente quanto deleterio possa rivelarsi per una persona con una coscienza in via di definizione, il credere che entità superiori possano risolvere tutti i problemi, grandi e grossi, incontrati in vita.
E’ bene che le nuove generazioni di genitori sappiano valutare con grande attenzione questo problema, onde evitare di ritrovarsi, domani, con figli totalmente incapaci di sopravvivere senza il loro appoggio, che non potrà essere eterno.
La soluzione, se di soluzione si tratta, potrebbe essere il tornare a credere di più in se stessi, nelle proprie capacità, nella natura e, in ultimo, nelle leggi del caos e del disordine che governano il mondo, rifiutando a priori l’idea di un ordine precostituito dall’alto che, sempre e comunque, quale medicamento unico per tutti i mali, potrà sistemare le cose.
L’idea della pillola che risolve ogni situazione è superata anche per le serate in discoteca; che almeno le scelte di vita non siano ora considerate di qualità inferiore.