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Nella vita di ogni persona, in quanto possibile futuro genitore,
arriva puntuale il momento in cui è necessario assumere la
responsabilità di scelte in tema di educazione dei figli.
Si tratta di scelte personali, soggettive, che possono anche
essere molto diverse dal comune modo di pensare e che, proprio
per questo, richiedono una cauta valutazione, un’attenta analisi
e la serenità di un giudizio espresso non sulla base del
mormorio della piazza, ma nell’ottica del beneficio che ne
trarrà il destinatario del gesto educativo.
Considerando la delicatezza dell’argomento e le possibili
implicazioni conseguenti a scelte errate, è doveroso porre la
massima attenzione nel trattare di tali argomenti, evitando
generalizzazioni ed impegnandosi invece in un’attenta analisi di
tutti i possibili scenari generati da una decisione di tal
portata, al fine di valutarne ogni pro ed ogni contro.
E’ d'altronde ben noto quanto una non sufficientemente meditata
decisione, potrebbe portare ad irrimediabili deficienze nella
crescita intellettuale di un figlio.
Si vuole qui esaminare una delle prime scelte cui sono portati i
genitori del mondo moderno: la gestione della spiritualità e
dell’educazione, alla luce di una fede, quale che essa sia.
E’ noto che ogni società umana ha costruito e sviluppato nei
millenni un forte senso di spiritualità, finalizzato
sostanzialmente alla salvaguardia della specie e dei privilegi
acquisiti, intesi come la capacità di gestire l’altro da sé, di
dominare il mondo circostante e di giustificare l’imponderabile
e l’irrazionale.
Questa spiritualità si esplica tramite precetti che,
all’origine, sono sostanzialmente concepiti per sostituirsi al
senso materno, comunemente definito “istinto”, ma meglio
identificabile come “consapevolezza del mondo”, che sopravvive
dalla notte dei tempi nella coscienza delle altre specie
animali, essendo invece ormai perduto nella specie umana.
E’ del tutto evidente di come la deficienza del senso
dell’istinto comporta da sé l’incapacità di trasmettere in modo
diretto, di madre in figlio, la conoscenza acquisita: non
sappiamo più scegliere il bene per noi, come potremmo farlo per
altri?
D’altra parte, il fatto che questa trasmissione di
conoscenze/esperienze non segua più il legame di sangue, ma
venga delegato ad altra via comporta, come principale
conseguenza, la necessità di affidare la crescita intellettuale
dei nostri figli ad altri, da noi ritenuti i detentori del
“sapere” necessario alla formazione della coscienza dei futuri
adulti.
E’ manifesto quanto questa operazione di delega comporti una
grande fiducia, ovvero fede, nell’entità da noi delegata ad
insegnare ai nostri figli come sopravvivere in questo mondo,
perpetuando in questo modo la specie umana.
E’ altrettanto noto quanto alcune di queste entità abbiano
abusato di tale fiducia, sostituendosi ai genitori, attuali e
futuri, non nell’educazione dei figli, ma nella loro
sottomissione, al solo fine di accrescere il proprio potere di
casta.
Penso sia d’obbligo porsi una domanda: così come un’istituzione
finanziaria non può che perseguire il proprio specifico profitto
con l’utilizzo dei capitali affidatigli dal privato, non è che
l’uso-abuso dei giovanissimi, patrocinato dalla nostra stessa
fede, avrà come sola conseguenza un’accresciuta potenza
dell’istituzione istruente?
Non penso che qualcuno possa dubitare sull’onestà intellettuale
di una gatta che alleva i propri cuccioli, di un passero che
costruisce il nido per farvi crescere i propri pulcini, di una
madre che, con giustizia e moderazione, cresce i propri figli,
ma possiamo davvero avere la stessa fiducia in chi è depositario
della nostra fede?
Da che mondo è mondo, il potere si esplica con la conoscenza,
con l’essere detentore di informazioni non accessibili a tutti.
Perché dovrei insegnare ad un ragazzo ad essere indipendente,
sicuro di sé, capace di prendere decisioni per sé e per i figli
che avrà, se tutto ciò comporta l’affrancamento dalla sudditanza
in cui potrei mantenerlo?
Perché dovrei insegnare il bene, il rispetto, l’onestà per il
solo gusto di essere buoni, rispettosi ed onesti, senza
millantare il miraggio di una seconda vita, cui accederanno solo
i pochi eletti che io solo avrò selezionato, cedendo in tal modo
le virtuali chiavi di un paradiso con cui potrei ricattare il
giovane per tutta una vita?
L’esperienza insegna che nessuna fede può né deve essere cieca;
che non è giusto né onesto affidarsi totalmente ad entità
esterne a noi, delegando ad esse i nostri compiti istituzionali
di uomini prima e di genitori poi. E questo, a maggior ragione
se il riferimento cade su entità superiori per definizione.
Solo noi esseri umani, fallaci per definizione ma edotti da
un’esperienza reale, sinceri sostenitori di valori concreti,
quali che essi siano, potremo trasmettere ai più giovani un
sapere teso ad un solo unico fine: il bene per i nostri figli.
Ben venga un aiuto, moderato e discreto, proveniente sia dal
mondo più spirituale che da quello più brutalmente terreno, ma
che mai una fede si sostituisca ad una madre nel decidere cosa è
il bene e cosa è il male.
Che mai nessuna fede si professi così forte da spostare le
montagne, se poi non si dimostra neppure in grado di aiutare
un’anima che chiede aiuto.
Alla luce di queste argomentazioni, appare evidente quanto
deleterio possa rivelarsi per una persona con una coscienza in
via di definizione, il credere che entità superiori possano
risolvere tutti i problemi, grandi e grossi, incontrati in vita.
E’ bene che le nuove generazioni di genitori sappiano valutare
con grande attenzione questo problema, onde evitare di
ritrovarsi, domani, con figli totalmente incapaci di
sopravvivere senza il loro appoggio, che non potrà essere
eterno.
La soluzione, se di soluzione si tratta, potrebbe essere il
tornare a credere di più in se stessi, nelle proprie capacità,
nella natura e, in ultimo, nelle leggi del caos e del disordine
che governano il mondo, rifiutando a priori l’idea di un ordine
precostituito dall’alto che, sempre e comunque, quale
medicamento unico per tutti i mali, potrà sistemare le cose.
L’idea della pillola che risolve ogni situazione è superata
anche per le serate in discoteca; che almeno le scelte di vita
non siano ora considerate di qualità inferiore.
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