|
Questa mattina la coscienza mi ha chiesto di alzarmi
presto; non all’alba, come invece in altre occasioni è
stato necessario fare, ma comunque un po’ più presto del
solito... Molto in anticipo, se consideriamo che oggi è
sabato!
Così mi sono alzato, lavato e rapidamente sono uscito di
casa digiuno.
Un piccolo sacrificio, ma quella odierna è una di quelle
occasioni che fanno sentire parte di qualcosa di più
grande ed è stata sufficiente questa presa di coscienza
per convincermi a rinunciare a qualche minuto di sonno
ed al solito cappuccino.
Punto di ritrovo di tutti i partecipanti è il parcheggio
dove, ordinatamente ed in silenzio, vengono lasciate le
vetture. Sul cristallo di ognuna di queste campeggia il
distintivo del gruppo di appartenenza; un segno di
presenzialismo, piccolo peccato veniale, necessario per
giustificare alle autorità la nostra presenza in loco.
Così, con l’Occhio di Ra a vegliare sui veicoli lasciati
incustoditi, ci avviamo verso il tragitto ormai noto:
tante volte quel percorso è stato seguito anche in
passato, con la consapevolezza dell’importanza del
gesto.
Un cancello introduce ad un cortile lastricato di
porfido e da qui alla palazzina della prima stazione.
Tutti ordinatamente in fila, attendiamo di registrarci
al banco dell’organizzazione: quasi nessuno ha
annunciato la propria presenza con mezzi di
pre-accredito, per cui ogni partecipante è tenuto a
ritirare i documenti che permetteranno ad ognuno di
completare il proprio specifico percorso.
Espletata la formalità, finalmente ci avviamo all’inizio
del nostro importante viaggio.
Incontriamo quasi subito una guida che ci introduce alla
prima stazione, il primo scoglio che dobbiamo dimostrare
di poter superare, per procedere nel percorso che ci è
stato indicato.
Non conosco il significato esatto dell’operazione, ma so
che questa è la prassi, per cui con pazienza mi presto
alle richieste che mi vengono rivolte ed attendo.
Dopo qualche istante, una sensazione non piacevole, ma
neppure dolorosa... Poi il responso: mi dicono che posso
procedere.
Sembra incredibile, ma è già questa una prima
soddisfazione: il sapere che la levataccia non è stata
del tutto inutile, che il primo giudizio mi ha visto
accettato.
In silenzio, con il peso del fardello di carte che mi
viene affidato, mi muovo verso la seconda stazione. Qui
c’è un po’ di affollamento, anche perché in questo
tratto del percorso ci si ferma, si dialoga, ci si
scambiano opinioni e consigli.
Fortunatamente sono pronte diverse persone delegate a
confermare il passaggio dalla stazione, per cui anche
questo secondo stadio viene agevolmente e rapidamente
superato.
Ed ora eccoci all’ultima sala, quella alla quale stiamo
tutti pensando fin dall’inizio del percorso, quella che
segnerà la nostra coscienza, prima ancora che il nostro
corpo.
Una stanza luminosa, un brulichio di persone, alcune in
piedi, altre sedute, alcune che entrano, altre che
escono. E c’è chi, semplicemente, aspetta.
In tanti sono distesi, ma non a terra: una lunga ed
ordinata serie di giacigli è stata predisposta
dall’organizzazione, per agevolare i partecipanti
all’evento.
Ogni tanto si ode un Beep-Beep ripetuto: è l’ora che chi
è venuto prima lasci il posto ai seguenti.
Ed io sono uno di questi; quando il mio nome viene
scandito nella sala, diligentemente mi avvicino alla
guida e la seguo nel percorso indicato.
In tutto una ventina di minuti per completare quest’ultimo
stadio; mi alzo, ringrazio chi mi ha accompagnato e,
felice della partecipazione all’evento, esco dalla sala
per tornare alla vita di sempre.
In questo giorno sono realmente felice; felice perché
grazie al mio gesto qualcuno potrà forse continuare a
vivere, potrà sperare che il proprio percorso terreno
non sia finito lì, in un’incidente stradale o per
un’improvvisa emorragia.
Cosa mi è costato? Un po’ di tempo ed un sacchetto di
sangue donato; quel sangue che sarà vita per chi ne avrà
realmente bisogno.
|