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 25 marzo 2008  - di Walter Baggio

Lettere

 

Una Via Crucis post-moderna

 

Questa mattina la coscienza mi ha chiesto di alzarmi presto; non all’alba, come invece in altre occasioni è stato necessario fare, ma comunque un po’ più presto del solito... Molto in anticipo, se consideriamo che oggi è sabato!

Così mi sono alzato, lavato e rapidamente sono uscito di casa digiuno.

Un piccolo sacrificio, ma quella odierna è una di quelle occasioni che fanno sentire parte di qualcosa di più grande ed è stata sufficiente questa presa di coscienza per convincermi a rinunciare a qualche minuto di sonno ed al solito cappuccino.

Punto di ritrovo di tutti i partecipanti è il parcheggio dove, ordinatamente ed in silenzio, vengono lasciate le vetture. Sul cristallo di ognuna di queste campeggia il distintivo del gruppo di appartenenza; un segno di presenzialismo, piccolo peccato veniale, necessario per giustificare alle autorità la nostra presenza in loco.

Così, con l’Occhio di Ra a vegliare sui veicoli lasciati incustoditi, ci avviamo verso il tragitto ormai noto: tante volte quel percorso è stato seguito anche in passato, con la consapevolezza dell’importanza del gesto.

Un cancello introduce ad un cortile lastricato di porfido e da qui alla palazzina della prima stazione.

Tutti ordinatamente in fila, attendiamo di registrarci al banco dell’organizzazione: quasi nessuno ha annunciato la propria presenza con mezzi di pre-accredito, per cui ogni partecipante è tenuto a ritirare i documenti che permetteranno ad ognuno di completare il proprio specifico percorso.

Espletata la formalità, finalmente ci avviamo all’inizio del nostro importante viaggio.

Incontriamo quasi subito una guida che ci introduce alla prima stazione, il primo scoglio che dobbiamo dimostrare di poter superare, per procedere nel percorso che ci è stato indicato.

Non conosco il significato esatto dell’operazione, ma so che questa è la prassi, per cui con pazienza mi presto alle richieste che mi vengono rivolte ed attendo.

Dopo qualche istante, una sensazione non piacevole, ma neppure dolorosa... Poi il responso: mi dicono che posso procedere.

Sembra incredibile, ma è già questa una prima soddisfazione: il sapere che la levataccia non è stata del tutto inutile, che il primo giudizio mi ha visto accettato.

In silenzio, con il peso del fardello di carte che mi viene affidato, mi muovo verso la seconda stazione. Qui c’è un po’ di affollamento, anche perché in questo tratto del percorso ci si ferma, si dialoga, ci si scambiano opinioni e consigli.

Fortunatamente sono pronte diverse persone delegate a confermare il passaggio dalla stazione, per cui anche questo secondo stadio viene agevolmente e rapidamente superato.

Ed ora eccoci all’ultima sala, quella alla quale stiamo tutti pensando fin dall’inizio del percorso, quella che segnerà la nostra coscienza, prima ancora che il nostro corpo.

Una stanza luminosa, un brulichio di persone, alcune in piedi, altre sedute, alcune che entrano, altre che escono. E c’è chi, semplicemente, aspetta.

In tanti sono distesi, ma non a terra: una lunga ed ordinata serie di giacigli è stata predisposta dall’organizzazione, per agevolare i partecipanti all’evento.

Ogni tanto si ode un Beep-Beep ripetuto: è l’ora che chi è venuto prima lasci il posto ai seguenti.

Ed io sono uno di questi; quando il mio nome viene scandito nella sala, diligentemente mi avvicino alla guida e la seguo nel percorso indicato.

In tutto una ventina di minuti per completare quest’ultimo stadio; mi alzo, ringrazio chi mi ha accompagnato e, felice della partecipazione all’evento, esco dalla sala per tornare alla vita di sempre.

In questo giorno sono realmente felice; felice perché grazie al mio gesto qualcuno potrà forse continuare a vivere, potrà sperare che il proprio percorso terreno non sia finito lì, in un’incidente stradale o per un’improvvisa emorragia.

Cosa mi è costato? Un po’ di tempo ed un sacchetto di sangue donato; quel sangue che sarà vita per chi ne avrà realmente bisogno.