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 I VINCITORI

1° CLASSIFICATO SEZ. ARTICOLO – WALTER BAGGIO - MILANO

Uno di noi

 

Era ancora buio quando è arrivato; si era mosso ancora prima che si fosse fatta luce, approfittando dello scarso traffico di quelle ore del mattino, ed ora è lì, in piedi, in riva al canale che scorre lento sotto ai suoi occhi.

Il tempo sembra non passare mai; ogni tanto si guarda attorno, alla ricerca di eventuali presenze nella prima luce dell’alba. Infreddolito, nervoso e un po’ indispettito per la sua condizione, mentre aspetta fuma la sua solita sigaretta, la prima della giornata. Un vizio, il suo; tante volte aveva promesso che avrebbe smesso per il bene suo e di chi gli stava vicino, ma ogni volta i buoni propositi erano rimasti inespressi, soffocati da vecchie abitudini e da una per nulla convinta reale volontà di smettere.

Daltronde, all’alba, nella nebbia e nell’umidità del mattino, non c’è molto altro da fare in quell’angolo sperduto di mondo, nel mezzo della campagna.

Così, come ogni mattina, mentre il fetore che sale dal canale si mischia all’aroma acre del tabacco, scruta gli spazi attorno a lui e riesce persino a trovare del bello nello squallore che si presenta ai suoi occhi.

Che peccato, pensa. Un così bel posto, così riservato ed appartato, rovinato dall’opera di contadini incoscienti che hanno voluto bonificare l’originaria area selvatica, per sete di terre coltivabili. Certo, loro avranno ottenuto terra in più da coltivare, ma che ne è stato della riservatezza garantita dall’inaccessibilità di questi luoghi? Prima, pensa, era tutto più facile. Con la civiltà, in quei posti resi più vicini, erano arrivati anche loro: i giovani e i malati di salutismo.

Gli sportivi dell’ultima ora, quelli che prima che la moda fosse entrata nelle loro case, non facevano neanche un passo a piedi... E ora guardali lì, sempre a correre alle prime luci dell’alba, curiosando sull’operato altrui. Brutto male la curiosità! E poi loro, i ragazzini. Certo, loro non all’alba! Ma comunque sempre lì ad osservare dove non dovrebbero.

Sono una rovina questi giovani d’oggi; maleducati o poco educati e sempre più intraprendenti. Con i loro motorini rumorosi arrivano ovunque vi sia una strada e dove si fermano lasciano indecente traccia del loro passaggio.

Assorto in questi pensieri, in modo quasi automatico il suo sguardo si sposta in direzione di uno slargo, dove l’erba selvatica è stata schiacciata nel corso dell’ultima notte brava. Lì, un tappeto di cartacce, lattine di bibite vuote, cicche di sigaretta ed ogni altra possibile traccia di civiltà.

Che indecenza, pensa. Ai miei tempi tutto questo non c’era! Una volta le persone restavano in paese o, tutt’al più, si spostavano furtivamente nel cascinale dietro casa, dove una cartaccia per terra, al massimo, avrebbe indispettito il vicino di casa. Qui invece è tutto più complicato.

Uno sguardo al canale, dove, semicoperto dalla schiuma che ricopre il pelo dell’acqua, un pesce galleggia pancia all’aria. Un tempo non era così, pensa ancora il nostro uomo. Una volta nel canale ci si faceva il bagno, ma si sa, questo è il costo obbligato del progresso!

Un rumore dietro la curva del sentiero lo riporta alla condizione vigile: eccolo lì, il salutista, che con il suo bel completino colorato, usato si e no due volte, esce dalla nebbia correndo lungo l’argine.

Ogni tanto porta il braccio al viso, coprendosi occhi e naso. Ma certo! Lo so anche io che il canale puzza! Se non ti piace, vai a correre da un’altra parte, verrebbe da dirgli. Ma tace e nervosamente aspetta che passi.

E’ una presenza fastidiosa, ma si sa che quasi sempre tutto si risolve con uno sguardo voltato dall’altra parte, perché nessuno ha coraggio, tempo o voglia per chiedere.

Ma non è più tempo di indugiare in questi pensieri: adesso c’è un lavoro da terminare. Un’occhiata all’indicatore di livello, un gesto secco e la valvola chiude lo scarico della cisterna ormai vuota. Il tubo viene velocemente ritirato dal canale e, mettendo in moto e ripartendo, mentalmente annota: domani anticipare, per non incontrare quel podista così indiscreto.

 

MOTIVAZIONI GIURIA:

 

La categoria “adulti” è quella che ha condotto la giuria a maggiori difficoltà nella scelta dei premi, tanto più che si era tutti d’accordo sul fatto che i componimenti migliori erano comunque stati individuati in questa sezione. Le difformità di visione si sono manifestate nel gusto personale e nella concezione soggettiva del giornalismo. Tanto per ribadire il concetto già espresso pocanzi: non siamo in presenza di una scienza esatta. Mi piace allora ricordare come, al momento di esprimere un giudizio finale, per nulla semplice, l’assessore e collega giornalista Ilio Palmariggi ed il collega della Gazzetta Piero Lisi abbiano detto, quasi all’unisono: “Proviamo a pensare quale avrebbe votato Domenico”. E a quel punto, gli occhi sono caduti tutti sul componimento numero 63.

Domenico Faivre amava il bello stile, la narrativa italiana ed il teatro. Apprezzava il genio, nella scrittura. Era egli stesso, come tanti ricordano, una penna pungente e sopraffina. Il 63 è un formidabile spaccato dell’ipocrisia umana, dove il protagonista del racconto, criticando mentalmente tutte le forme di inquinamento che lo circondano mentre scruta il paesaggio nell’alba incipiente (il fumo della sigaretta, gli scappamenti dei rumorosi motorini, le discariche a cielo aperto, la campagna ormai diventata appendice della città, con tutte le sue sozzerie), si scopre essere a sua volta un tipico esempio di pericoloso inquinatore impenitente. Uno di quei tanti personaggi (purtroppo reali) che balzano agli onori delle cronache locali sui giornali, quando vengono pizzicati da Guardia di Finanza o Corpo Forestale; per intenderci, quelli che scaricano il contenuto residuo delle cisterne nei canali pluviali, invece di smaltire quel tipo di rifiuti speciali a norma di legge.    

Ecco, questo potrebbe essere un fatto reale di cronaca, sviluppato però con quel tipico stile letterario del racconto breve che nasce solo dalle penne più argute, quelle che da pochi, ma ben definiti elementi tratti da una chiacchierata telefonica con un comandante di compagnia dei carabinieri o da uno scarno comunicato stampa, riescono a tirare su un pezzo che si stacca dalla semplice narrazione dei fatti, per diventare monito. Un invito al rispetto dell’ambiente, in questo caso, che si legge fra le righe nel momento in cui in ballo vengono tirati i lettori stessi, chiamati a rivedersi in quei meccanici gesti di quotidiana indifferenza che celano in realtà un agguato alla natura e, per assimilazione, una forma di inconsapevole suicidio.

 

PREMIO CONTROVOCI - CLAUDIA GIRARDI - TARANTO

Sopravvivere a Taranto

Giornata tipo di un tarantino che lavora.

Sveglia ore 6:30. Colazione. Doccia. E poi via, di corsa in macchina, per anticipare tutti quei genitori semi isterici che accompagnano i figli a scuola prima di andare a lavorare, e le loro auto, abbandonate, ovviamente, in modo del tutto casuale.

Ma in quanti hanno avuto la  stessa idea? La tua macchina è bloccata da quella della mamma-papà in preda all’isterismo, e non permetterti di suonare.Non farlo. Il nostro genitore ha un’ intera settimana di stress da vomitare sui tuoi abiti lavati e stirati con cura.

E quando, dopo dieci lunghi minuti, la mamma decide di liberarti dalla trappola in cui sei chiuso, comincia finalmente la tua nuova attesa, in coda, imbottigliato in una fila interminabile in cui tutti suonano e gridano e ti tagliano la strada.

Ma tu sei calmo e ben educato, resti tranquillo nella tua fila, fai finta di non sentire i gas delle auto che ti mordono i polmoni, cerchi addirittura di guardare il mare.

Ed è allora che lo vedi, grande e imponente, quel mostro dell’Ilva, e vedi nuvole di fumo bianche e nere. Già perché questa è Taranto, una città bellissima, con uno dei lungomari più suggestivi d’Italia e poi, sullo sfondo, sempre, da qualunque punto tu guardi, l’Ilva.

“Uomo e salvaguardia dell’ambiente:un dovere o una necessità?”

Ma di cosa parliamo? Di lasciare la macchina a casa e di usare la bicicletta  per andare a lavorare? Di separare, da buon cittadino, plastica vetro carta e normali rifiuti?

Parliamo di balconi neri, di strade nere, di case nere, di polmoni neri.

Parliamo di un’ enorme macchina da guerra che da sola immette nell’atmosfera un quantitativo di diossina pari al 8,8% del totale europeo.

Di bambini del quartiere tamburi che a dieci anni presentano la sindrome del fumatore perché i loro polmoni sono gli stessi di un adulto che fuma sette sigarette al giorno. Di bambini che si ammalano e muoiono di tumore del rinofaringe solo perché respirano.

Parliamo di una città nella città, di reparti da gironi danteschi, di uomini che per otto ore al giorno si iniettano  veleno.

E allora pensi a come sarebbe stata Taranto senza l’Ilva.

Forse si sarebbe sviluppato l’artigianato. Tante piccole botteghe disseminate per i vicoli della città vecchia e uomini laboriosi chinati sulle loro opere, sorridenti, felici di vivere in una bella città di mare. E poi sarebbero arrivati i turisti, riesci anche a vederli quei giapponesi agitati dai flash delle loro macchine fotografiche mentre passeggiano nelle stradine del borgo antico immaginando la vita che  correva lì prima di loro.

Ma tu sei sempre imbottigliato nel traffico,e  adesso è tardi davvero, e a quel signore che ti blocca la strada non puoi non dire niente, accidenti!se arrivi tardi il tuo capo urlerà con te, e allora gridi e suoni il clacson.

E come può quel vecchietto che si tappa le orecchie preoccuparsi dell’inquinamento acustico, quando non c’è un solo pezzo, un solo angolo di questa città che non sia inquinato?

Quando finalmente arrivi in ufficio un timpano probabilmente ha appena subito un danno permanente e i tuoi polmoni ti supplicano di respirare.

Ma tu sei un impiegato modello, rimuovi quei piccoli fastidi della prima mattinata, inspiri profondamente Dio solo sa cosa e ti metti a lavorare, paziente, ordinato come hai imparato a fare negli anni.

Poi la sera ti rimetti in macchina, se sei fortunato percorri il lungomare e ammiri un bellissimo tramonto, e torni a casa.

Schiacci la bottiglia d’acqua e la riponi con cura nel sacchetto della plastica, pulisci i fili su cui stendere il bucato immacolato e ti accorgi che la pezza è diventata nera, che strano, avevi fatto lo stesso lavoro anche ieri. Poi prepari la cena, tutti cibi biologici, per carità!la salute prima di ogni cosa. Mangi e infine ti distendi comodo sul divano, ed è proprio in quel momento che la senti, quella irrefrenabile voglia di una sigaretta. Ma hai smesso di fumare qualche mese fa. Il fumo fa venire il cancro ai polmoni.

 

MOTIVAZIONI REDAZIONE DI CONTROVOCI:

 

La Redazione di Controvoci, dopo lungo confronto, ha deciso di assegnare il premio speciale Controvoci all’articolo dal titolo Sopravvivere a Taranto, per le seguenti motivazioni: da un punto di vista stilistico l’articolo scorre agevolmente, risulta ben ritmato e  veloce come il ritmo che scandisce la vita giornaliera di ogni cittadino che vive e lavora in una città. E’ capace di creare attesa e mantiene alti l’attenzione e l’interesse del lettore. Da un punto di vista contenutistico, l’elaborato risulta ben argomentato e rileva le contraddizioni che emergono nella cultura contemporanea. Interessante per i passaggi dal micro al macro evento, dal privato al sociale, dal romantico al catastrofico, dalla visione bella a quella brutta della città. Punta l’attenzione sul paradosso che caratterizza la vita attuale, soprattutto a Taranto, rappresentato dal fatto che si parla tanto della necessità di condurre una vita salubre, di seguire un’alimentazione sana ed equilibrata, uno stile di vita corretto, quando l’aria che respiriamo non ci lascia scampo: è veleno che ci uccide lentamente. Quando si vive in una città come Taranto, ogni sforzo individuale per condurre una vita sana sembra perdersi come goccia d’acqua cristallina in un mare nero avvelenato. Per tutelare l’ambiente e la salute, occorrono sforzi sia individuali che collettivi!

 

 

MIGLIOR ARTICOLO SEZ. SCUOLE ELEMENTARI  - RIZZO ISABELLA - SOLETO (LE)

 Voglio volare nel cielo blu.

Chiudi il naso, non respirare!”

Tante volte la mamma mi ordina di non respirare perché sul muro hanno gettato le eternit in amianto… è pericoloso e poi…

…lo smog degli scappamenti delle auto fa male e ancora: “Stamattina c’è odore forte di inquinamento industriale, l’aria puzza di diossina. Entra in casa e chiudi porte e finestre” mi ordina ancora.

Ma dal mio mondo di bambina io mi chiedo:

“Perché tanto inquinamento?! Perché. Perché i grandi si comportano così?!”.

Dopo aver visto in TV la situazione di Napoli che riguarda i rifiuti, ho fatto un sogno strano.

Anche quella notte sognavo di volare ma aggrappata ad un aquilone a forma di rombo. L’aquilone era sporco e strappato e veniva tirato in basso sugli altri 3 lati; non da strisce colorate, come quello che mi costruisce Papà a Pasquetta, ma da 3 sacchi di spazzatura. Anche le nuvole erano sacchi neri che esplodevano colmi di spazzatura che pioveva anche dal cielo.

E poi tanta schifezza mi atterrava, mi copriva, mi soffocava e il mondo scoppiava disintegrandomi.

Al ricordi di quell’incubo mi chiedo: Sarà così il mondo del domani? E’ questa la sua fine?

Ucciso dall’uomo che si uccide con l’inquinamento?

Ho raccontato preoccupata il sogno alla mamma che mi ha tranquillizzata invitandomi a differenziare perché mi ha spiegato che se l’uomo si dà delle regole e prende le precauzioni per salvaguardare l’aria l’acqua e la terra non ci sarà nessun rischio.

Salvaguardare è un dovere e una necessità. Ma io ho paura.

Tanta paura!

Non voglio che il mondo scoppi.

Voglio volare con il mio aquilone nel cielo blu.

 

MOTIVAZIONI GIURIA:

 

Dalle scuole elementari sono arrivati sei componimenti. Ad un bambino non si chiedeva certo di trasformarsi in Indro Montanelli.

C’è tempo per crescere ed usare un pomposo costrutto linguistico da adulti. Ai bambini si chiede di essere tali. Bambini, appunto. E di guardare il mondo con i proprio occhi, descrivendolo con i propri mezzi. Le ricerche andavano bene, per carità, forse alcune erano un po’ lunghe, di certo trasparivano poca fantasia e molta rielaborazione di testi scolastici o, comunque, di altri strumenti didattici (non ultimo statistiche tratte da siti web specializzati).
Non sappiamo se questo componimento – parliamo di quello che ha vinto - sia stato ritoccato da mamma o papà. Quello che emerge, e questo è certo, è un uso sincero e libero della fantasia, per un toccante racconto breve di una piccola scrittrice in erba, ammantato da un pizzico di poesia, che denota forte immaginazione e capacità di inventare metafore per definire un problema che fa davvero paura, quel mostro chiamato inquinamento.

Ecco, il mostro visto con gli occhi di una bambina e che entra nei suoi sogni, ben sapendo che non è il “babau” delle favole, ma un mostro vero, che volteggia nell’aria e che appesantisce e annerisce il suo aquilone.
 

 

MIGLIOR ARTICOLO SEZ. SCUOLE MEDIE - VETRANO STEFANIA - VEGLIE (LE)

 

L'Ambiente salutare del passato

DOV'E' IL FUTURO? NEL VIVERE IN ARMONIA CON LA NATURA

Il presente sciupato dall'inquinamento

 

Si dice che nei tempi passati per i nostri nonni era normale osservare una splendida scia di colori in

un cielo azzurro e sereno.

Si poteva sentire addosso l'ebbrezza dell'aria fresca dell'alba, oppure il calore dei raggi solari

quando sfioravano il viso o le mani durante il duro lavoro nei campi incontaminati.

Nei lunghi periodi primaverili ed estivi si poteva restare seduti davanti alle case nei vialetti, senza

essere disturbati dai rumori degli autoveicoli e dei nocivi gas di scarico. Si poteva avvertire il

cambio delle stagioni, prestando ascolto al primo cinguettare degli uccelli non ancora soffocato

dalle urla dei venditori ambulanti e da altri assordanti rumori. La sera si poteva ammirare, fino alla

commozione, il cielo stellato con le costellazione e la splendida luna come in un incantesimo!

L'aria che si respirava era limpida e profumata di pulito e di odori naturali.

Essa era senz'altro salutare e benefica, oggi invece?

Ai nostri tempi la maggior parte delle giornate, di bel tempo o di pioggia sono sempre disturbate

dalla cupa presenza di nubi grigie di fumo che mettono giù il nostro umore.

Se provassimo ad allungare lo sguardo verso l'orizzonte da una qualsiasi parte, una fitta rete di

antenne televisive, di pali di ogni genere e ultimamente di pannelli fotovoltaici ci tolgono non solo

la visuale del cielo ma soprattutto la voglia di spaziare con la fantasia. In fine per le strade dei paesi

o   ancor peggio, nelle zone di villeggiatura lo spettacolo che ci offre ai nostri occhi non è

entusiasmante. Case in stato di abbandono o incomplete, insieme a pezzi di edifici di vecchia e

nuova costruzione, sciupano l'intero paesaggio.

Esse diventano chiari esempi di un abusiamo selvaggio che ogni giorno va sempre di più a soffocare

i cari e gioiosi spazi verdi di un tempo ormai lontano.

Nelle nostre passeggiate per le strade l'olfatto e la vista di noi tutti sono assaliti in maniere continua

dalla massiccia e maleodorante quantità di rifiuti sparsi ovunque.

Dalle nostre giornate è scomparso l'amico silenzio, abbattuto dal vincente rumore di: claxon, sirene,

voci squillanti di venditori ambulanti, motori rombanti, musiche assordanti hanno portato via la

dolce quiete che ci invita a meditare e ai ritrovare noi stessi.

Le molteplici illuminazioni artificiali ci hanno rubato la magica luce delle stelle e lo straordinario

chiarore della luna che ci portano a sognare.

Questa è quindi la nostra realtà! Una realtà tanto diversa da quella dei nostri "fortunati" nonni!

Quale sarà quella dei nostri figli? Potremo sperare in un ritorno al bel tempo passato? In che modo?

Non credo che ciò possa avvenire, perché non c'è volontà di cambiare né di riappropriarci di quello

vecchio stile di vita che era in armonia con la natura

 

MOTIVAZIONI GIURIA:

 

Come nel caso delle scuole elementari, anche se qui l’età è superiore, ci siamo trovati davanti allo stesso dilemma: privilegiare il metodo della ricerca o i sentieri della fantasia? Ha vinto la seconda, anche perché alcuni componimenti erano usciti fuori traccia, mentre altri evidenziavano lo stesso “difetto” d’impostazione: lucide analisi, spesso copiate o comunque rieditate sulla base di articoli e discussioni tematiche desunte da siti web. Internet è un ottimo e ormai indispensabile strumento per la ricerca, ma deve essere usato con cognizione di causa. Trovarsi di fronte ad un ragazzo che usa termini tecnici degni una Rita Levi Montalcini è un po’ surreale.
    Il componimento che ha vinto, invece, è piaciuto per come è riuscito a descrivere in modo iperbolico un romantico passato che forse non esiste, mettendolo in relazione ad un presente concepito come un costante bombardamento di forme di inquinamento che colpiscono i sensi dell’uomo. In particolare l’olfatto, la vista e l’udito. Un po’ pessimistico il finale. Non si fornisce un’ipotetica soluzione, ma forse perché ci hanno tutti convinti, fin da piccoli, che dobbiamo pagare caro il prezzo del progresso…

 

 

MIGLIOR ARTICOLO SEZ. SCUOLE SUPERIORI - BELLISSARIO GIOVANNI - TRICASE (LE)

 

L'EVOLUZIONE DELL'AMBIENTE E I DANNI CHE ESSA PROVOCA

 

Vi piacerebbe fare un viaggio in un Paese lontano?

Un atollo del Pacifico: vegetazione lussureggiante, la splendida cornice di un mare cristallino e della famosa barriera corallina?

Vi deluderò! lo preferisco un viaggio nel tempo e non nello spazio. Sì, vorrei rimanere nel mio Salento.

Se potessi disporre di una macchina del tempo, rigorosamente riciclabile e rispettosa delle più rigide normative antinquinamento, immaginerei di compiere questo viaggio: la scoperta del Salento nel passato e nel futuro. L'interesse verrebbe certamente attratto dall' osservazione delle caratteristiche dell'ambiente. Sposto innanzitutto la lancetta agli albori della vita del nostro pianeta: la macchina del tempo è costretta a tenersi a debita distanza, perché l'ambiente primordiale, ricco di gas tossici e di forti scariche elettriche, sarebbe a dir poco inospitale. Non mi conviene rimanere oltre.

Spingo volentieri la lancetta più avanti ed immagino poi di trovarmi in epoca barocca. Alla macchina del tempo posso, questa volta, consentire un piacevole atterraggio: a Lecce, Santa Croce. All'ammirazione delle opere architettoniche ed artistiche subentra immediatamente il puro piacere di notare un clima salubre, in cui l'uomo rispetta regolarmente l'ambiente senza quasi rendersene conto.

Mi piacerebbe rimanere ancora un po'. A malincuore riparto spostando la lancetta ai nostri giorni: la macchina è incerta, non riesce ad atterrare facilmente perché sono rimasti realmente pochi posti non solo nel Salento, ma anche altrove, in cui la natura possa ancora manifestare pienamente le meraviglie del suo equilibrio.

Prima di atterrare mi rendo conto, infatti, che in alcuni luoghi ci sono situazioni che rievocano la prima tappa del mio viaggio e, per un attimo, vorrei ritrovarmi nel periodo del Barocco, certamente più rassicurante.

A questo punto verrebbe spontanea la curiosità di spostare la lancetta nel futuro, ma... cosa succede? La macchina si rifiuta di partire? Un guasto? Assolutamente no! È semplicemente la coscienza che impone il responsabile e necessario dovere di anteporre la salvaguardia dell'ambiente a tutti gli altri problemi.Come si potrebbe riuscire a pensare al futuro se non dopo aver accuratamente eliminato dal nostro ambiente gli ostacoli che ci impedirebbero di raggiungerlo?

Chi potrà mai sopravvivere in un mondo il cui ambiente divenga progressivamente sempre meno compatibile con la vita? Quando potremo riassaporare quell'atmosfera che solo la natura incontaminata può regalare? Dove troveremo i mezzi che permettano il recupero pieno e duraturo dei delicati equilibri ambientali?

Curiamo amorevolmente il nostro Salento ed il mondo di oggi per restituirlo sano e salvo domani!

 

MOTIVAZIONI GIURIA:

 

La scelta non è stata facile. Affatto. C’erano diversi componimenti meritevoli, alcuni avevano un bello stile, anche tecnicamente valido, sotto il profilo strettamente giornalistico. Fermo restando che il giornalismo, pur seguendo alcune regole di base, non è una scienza esatta. I vecchi cronisti di strada, quelli che lavoravano di notte e che andavano all’alba in questura per sapere se c’erano state delle novità, vi avrebbero detto che il giornalismo non è neanche una professione, ma un mestiere da artigiani.
  Il giornale si costruiva pezzo su pezzo, quando non c’erano i computer, e l’articolo battuto a macchina non era che la parte iniziale di un processo molto più ampio, che si concludeva con la copia del giornale fresca di stampa. Al di là delle divagazioni, c’è stato un tempo in cui gli articoli dei giornali avevano un non so che di letterario, spesso, anche nei fatti di cronaca, erano aggraziati da riferimenti edotti.

Nel caso del componimento risultato vincitore, è risultato geniale l’utilizzo della figura della macchina del tempo, per tornare ad una Lecce barocca e gentile in cui – usando un passaggio dell’autore - “l’uomo rispettava l’ambiente quasi inconsapevolmente”. Anche in questo caso, dunque, premiata la fantasia ed il confronto fra un ipotetico passato ed un presente dove, ed è qui il dramma, la natura viene violentata con criminale consapevolezza.
 

 

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA - DI MARTILE MARA - BRINDISI

 

RENATA FONTE: UN’EROINA MODERNA DELLA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE

Porto Selvaggio è un lembo di terra in cui il mondo sembra essersi fermato. La scogliera frastagliata da bastioni rocciosi, che si perdono sotto le onde di un mare dal color blu notte, la rigogliosa pineta che scende fino al mare, regalando un’ombra profumata di resina, i colori delle essenze tipiche della macchia mediterranea, che vegetano nel sottobosco e ai margini della pineta, rendono questa zona davvero suggestiva, un’oasi incontaminata in cui la natura dimostra, ancora una volta, come possa essere sorprendentemente meravigliosa.

Eppure anche quest’angolo di paradiso sarebbe solo cemento, oggi, se non ci fosse stato il sacrificio di una donna che ha pagato con la vita il suo appassionato, intenso e instancabile impegno per la tutela di un’area dall’eccezionale valore naturalistico.

Renata Fonte fu uccisa, con tre colpi di pistola, nella notte tra il 31 marzo e il 1 Aprile 1984, mentre rientrava a casa dopo aver dopo aver partecipato ad un infuocato Consiglio comunale a Nardò, suo paese natale. Nell’Amministrazione neretina ricopriva il ruolo di Assessore alla Pubblica Istruzione e alla Cultura e si era fatta conoscere, qualche anno prima, proprio per la sua strenua ed efficace lotta in difesa del Parco Naturale di Porto Selvaggio, sottoposto ad un piano di lottizzazione, approvato sia dal Comune sia dalla Regione Puglia, che, senza il suo intervento, lo avrebbe portato a divenire un luogo ad alto sfruttamento turistico. Invece non fu così, perché grazie al Comitato per la Salvaguardia del Parco, che Renata Fonte creò e guidò, sostenuta dai media e dall’opinione pubblica, la Regione Puglia approvò, nel 1980, la legge regionale n. 21 che istituiva e tutelava il Parco Naturale Attrezzato di Porto Selvaggio, il primo della Regione.

La lotta per la difesa di Porto Selvaggio, che Renata Fonte portò avanti fino alla fine dei suoi giorni, fu però anche la causa del suo omicidio, dichiarato ufficialmente delitto di mafia, e commissionato, almeno apparentemente, da un suo collega di partito, primo dei non eletti nelle amministrative del 1982. Le indagini svolte dalla magistratura e chiuse forse troppo velocemente rivelarono, infatti, che Renata Fonte fu uccisa perché, continuando a credere in una politica scevra da commistioni con gruppi di potere e interessi privati, si era opposta all’idea di un nuovo tentativo di lottizzazione e speculazione cementizia su Porto Selvaggio, che prevedeva, questa volta, l’assembramento nel piano regolatore di 70 ettari di terreno agricolo attigui al Parco e nei pressi del quale si stava costruendo un villaggio turistico.

La figura di questa donna coraggiosa, che ha pagato con la vita la sua lotta contro le prevaricazioni e i sotterfugi, aleggia costantemente su Porto Selvaggio, sulle pale di fichi d’india e sugli ispidi arbusti, sulle calette dominate dalla scogliera di “terribile” bellezza e sulle sorgenti d’acqua dolce che scendono in mare. Renata Fonte è il simbolo di Porto Selvaggio e chiunque visiti quest’oasi protetta prima o poi viene a conoscere la sua storia, perché, grazie al sacrificio di quest’eroina moderna, un’area, tra le più preziose della Puglia, è stata salvata dall’inevitabile deturpamento della speculazione edilizia.

In un periodo in cui la questione dell’educazione e della salvaguardia ambientale è drammatica e il senso civico assente, il sacrificio di Renata Fonte rappresenta un monito per tutti coloro che, ipocritamente, parlano d’amore per la natura senza impegnarsi fattivamente per tutelarla. Renata Fonte era, invece, un’ambientalista convinta e lo ha dimostrato combattendo con le sole armi dell’onestà e della perseveranza e difendendo gli ideali in cui aveva sempre creduto fino alla sua morte.

Per lei la salvaguardia dell’ambiente era un dovere, per noi è una necessità prendere esempio da questa donna, la cui memoria riesce sempre a scuotere le coscienze e a lasciare un segno indelebile in chi ama veramente la natura.

 

MOTIVAZIONI GIURIA:

 

Il componimento ha ricevuto la menzione speciale, perché ha voluto ricordare, con passaggi a tratti forti, ma sempre puliti nella narrazione dei fatti, un personaggio passato alla storia locale, al quale siamo tutti debitori e che non dovrà mai essere dimenticato. Si tratta di Renata Fonte, una donna che ha messo in gioco la sua stessa vita per la comunità. Renata Fonte, di Nardò, è stata una rara interprete della politica così come dovrebbe sempre essere intesa dai nostri amministratori, ovvero come un mandato da portare avanti non per i propri interessi personali, ma da coltivare per conto della cittadinanza, di cui è chiamato ad essere la voce.

Renata Fonte ha pagato con la vita la sua difesa ardita dell’ambiente. Se oggi non solo Nardò, ma tutto il Salento si giova di quella meravigliosa riserva rappresentata dal parco naturale di Porto Selvaggio, è perché lei si è opposta ai più bassi interessi di speculatori senza scrupoli, che parte di quel parco volevano annullare dalla memoria collettiva e dalle mappe, cementificandolo per interessi di tasca. Uccisa a colpi di pistola in un vigliacco agguato mafioso eseguito nella notte fra il 31 marzo ed il 1° aprile del 1984. Qualcuno ha pagato per quella sentenza di morte. Qualcuno. Forse non tutti.

La storia c’insegna che i volti dei veri mandanti, i “papaveri” più alti, potrebbero non essere mai usciti allo scoperto. Questo mese si compiranno 24 anni dalla morte di Renata Fonte. C’è sembrato giusto premiare un componimento, l’unico, che ne ha ricordato la figura di altissimo spessore morale.
 

 

Premio speciale assegnato dal Presidente della Facoltà di Scienze delle Comunicazioni dell' Università del Salento:
Rossana Fanelli di Leporano (Ta)

 

UOMO E SALVAGUARDIA DELL'AMBIENTE: UN DOVERE O UNA NECESSITA'?

Nel corso degli ultimi decenni l'impatto umano sull'ambiente è aumentato a dismisura. L'agricoltura, l'industria, l'urbanizzazione, l'incremento demografico e l'aumento incessante della produttività nei diversi paesi del mondo hanno alterato profondamente l'ambiente naturale, spesso anche sottraendo risorse che non potranno nemmeno essere rinnovate. Questo problema, che investe ormai l'intero pianeta, è di diffìcile risoluzione perché, oltre ad un particolare orientamento del progresso e della tecnologia, richiede altresì l'impiego di ingenti risorse economiche.

Effetto serra, scomparsa delle foreste, riduzione della biodiversità, desertificazione, contaminazione dei suoli e dell'atmosfera con sostanze tossiche sono tutti elementi di una crisi che mette in pericolo gli equilibri ecologici e la vita delle generazioni future. Questa crisi è in larga misura responsabilità dell'uomo, che è al tempo stesso creatura e artefice del suo ambiente. Basta un po' di buon senso per capire che se il clima sta cambiando, lo sta facendo troppo rapidamente, con ritmi che non sono per niente naturali. Le temperature della Terra stanno aumentando a causa della crescita repentina ed eccessiva degli stessi gas che da milioni di anni trattengono il calore all'interno dell'atmosfera, permettendo lo sviluppo e il successivo mantenimento della vita vegetale e animale. La società civile ha lanciato da anni l'allarme e anche i governi di (quasi) tutto il mondo hanno deciso di fare qualcosa, almeno per ridurre l'inquinamento. Uno di questi atti formali è il Protocollo di Kyoto, l'unico accordo internazionale - entrato in vigore nel febbraio 2005 - che sancisce una limitazione delle emissioni ritenute responsabili dell'effetto serra, degli stravolgimenti climatici, del surriscaldamento globale.

Riconducendo il problema ambientale entro la sfera individuale, sarebbe sicuramente una dimostrazione di grande saggezza collettiva chiedersi: "Che cosa posso fare io, persona comune ed inesperta, per contribuire a proteggere la natura?" La più grande contraddizione che stiamo oggi vivendo è quella che vede da un lato la protesta contro la distruzione della foresta amazzonica e dall'altro il nostro quotidiano gettare rifiuti in discariche abusive e inceneritori in modo incontrollato e irrazionale.

Produrre meno rifiuti è diventata una necessità improrogabile, con la quale tutti dobbiamo fare i conti. La maggior parte di questi rifiuti è costituita da imballaggi. A questo proposito, molti hanno commentato che, facendo la spesa, di fatto, "compriamo tante cose da buttare!". Possiamo però cambiare questo stato di cose. E' possibile agire, innanzitutto, adottando una serie di accorgimenti casalinghi quotidiani, cambiando qualche nostra abitudine, affinchè sempre meno rifiuti solidi e industriali finiscano nelle discariche: acquistare prodotti con minore quantità di imballaggio, scegliere prodotti che abbiano confezioni riutilizzabili, evitare prodotti cosiddetti "usa e getta". Dovremmo cercare di abbinare la riduzione della quantità di rifiuti prodotti al riutilizzo e alla riparazione dei beni. Bisognerebbe, insomma, recuperare abitudini che sembrano ormai non appartenere più alla cultura consumistica oggi dominante.

Un altro settore d'intervento fondamentale è la raccolta differenziata, passo determinante per il riciclo dei materiali. Solo da pochi mesi si cominciano a trovare, accanto al tradizionale cassonetto dei rifiuti, i raccoglitori per i materiali riciclabili. Siamo solo all'inizio, considerando che il 90% dei rifiuti viene ancora smaltito nelle discariche e solo il 6% del totale, pari a circa 1,5 milioni di tonnellate tra plastica, vetro, alluminio, ecc, viene sottoposto a raccolta differenziata. Abituarsi a raccogliere in modo differenziato i nostri rifiuti, affinchè possano essere riciclati, consentirebbe un notevole risparmio energetico e di risorse. In questo nuovo approccio si pone l'accento sull'uso razionale e responsabile delle risorse da parte di tutti noi, che in tal modo potremmo offrire un validissimo contributo alla salvaguardia di un mondo che ci appartiene.

 

 

1° classificato per la sezione Video: Nicola Gennachi  e Claudio Penna

del sito www.veglieonline.it di Veglie (Le)

 

 

MOTIVAZIONI GIURIA:

 

 I filmati era tutti carini, considerati i messaggi che volevano offrire e anche le colonne sonore erano azzeccate; il terzo filmato (di Cristina Bo0venga, ndr) era originale, il quarto (della Classe III A dell’Istitituto Scientifico di Copertino, ndr) il più giornalistico, sotto il profilo del reportage (ma un po’ troppo lungo e difficile da leggere), mentre il quinto – quello premiato - pone il problema sotto un profilo differente. Lo sguardo della persona che ha trascorso la sua giovinezza fra campagne incontaminate si allunga su ciò che, nella maturità della sua vita, si sono trasformati quei posti. E lo fa attraverso il vernacolo, con un componimento poetico originale, che si sofferma a tratti con rabbia sullo scempio dell’uomo, esaminando i luoghi con l’occhio della cinepresa accompagnato dai versi. Quello della poesia, in dialetto o meno che sia, è un linguaggio che fa breccia nei cuori e che spesso riesce meglio di altre forme a tradurre in parole un messaggio che viene dal profondo.