|
Non ho vissuto la Shoah. Mia
madre non è morta a Auschwitz. Mio padre non ha lavorato
forzatamente sotto la minaccia dei fucili. Sono nato nel
1985, 50 anni dopo, mezzo secolo dopo quei momenti. Non
ho niente a che fare con gli ebrei, con i tedeschi, con
il nazismo e con le leggi razziali.
Eppure ne sono parte. Guardo
le foto scorrere sul televisore. Oggi è il giorno della
memoria.
Ognuna di quelle donne,
ognuno di quei bambini con gli occhi tristi, sta
guardando me. Mi chiede di non dimenticarli. Mi si
stringe il cuore a pensare che sono stati portati via
dalle loro case, buttati su dei treni fatiscenti,
trattati con violenza e infine bruciati vivi. I
sopravvissuti raccontano storie, immagini che per me
sono difficili da sopportare 50 anni dopo, figuriamoci
chi le ha vissute allora.
Mi viene in mente la colonna
sonora de “La vita è bella”. Mi vengono le lacrime agli
occhi, non è possibile che un uomo abbia fatto questo ad
altri uomini. Nessuna spiegazione storica o filosofica,
mi spiega pienamente cosa è passato nella testa di
quegli uomini, quale lucida follia abbia spinto a
pensare che una razza avesse il dovere di sterminarne
un’altra.
Un sopravvissuto racconta
che alcuni dei deportati più anziani venivano calati
vivi dentro piscine infuocate. Racconta che un neonato
fu trovato ancora in vita in un forno crematorio,
attaccato al seno della madre, e venne giustiziato con
un colpo alla nuca.
Sono sicuro che coloro che
compaiono nelle immagini in bianco e nero speravano che
un giorno qualcuno li vedesse, che la loro sofferenza
non fosse dimenticata. Milioni di persone sono stati
private della loro umanità, della loro anima, del loro
essere uomini.
Ma ragionare in termini di
milioni è troppo generico. Penso a ognuna di quelle
vite, distrutte, spezzate, gassate e ammucchiate insieme
ai corpi dei loro possessori.
Non si può dimenticare. Sono
figlio della Storia, tutti noi siamo figli della Storia.
Il mondo odierno, la mia libertà proviene anche
dall’interno di un lager.
L’unico modo per non
permettere che tutto si ripeta, è parlarne, informarsi,
ascoltare le persone che, per pura fortuna, non sono
morte per mano nazista.
E quando queste persone,
questi sopravvissuti non ci saranno più, toccherà a noi,
anche a me, nato nel 1985, raccontare questa storia ai
nostri figli.
Perché io ne sono parte.
|