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 27 gennaio 2008  - di Daniele Durante

Lettere

 

IO, NATO 50 ANNI DOPO L'OLOCAUSTO

 

 

Non ho vissuto la Shoah. Mia madre non è morta a Auschwitz. Mio padre non ha lavorato forzatamente sotto la minaccia dei fucili. Sono nato nel 1985, 50 anni dopo, mezzo secolo dopo quei momenti. Non ho niente a che fare con gli ebrei, con i tedeschi, con il nazismo e con le leggi razziali.

Eppure ne sono parte. Guardo le foto scorrere sul televisore. Oggi è il giorno della memoria.

Ognuna di quelle donne, ognuno di quei bambini con gli occhi tristi, sta guardando me. Mi chiede di non dimenticarli. Mi si stringe il cuore a pensare che sono stati portati via dalle loro case, buttati su dei treni fatiscenti, trattati con violenza e infine bruciati vivi. I sopravvissuti raccontano storie, immagini che per me sono difficili da sopportare 50 anni dopo, figuriamoci chi le ha vissute allora.

Mi viene in mente la colonna sonora de “La vita è bella”. Mi vengono le lacrime agli occhi, non è possibile che un uomo abbia fatto questo ad altri uomini. Nessuna spiegazione storica o filosofica, mi spiega pienamente cosa è passato nella testa di quegli uomini, quale lucida follia abbia spinto a pensare che una razza avesse il dovere di sterminarne un’altra.

Un sopravvissuto racconta che alcuni dei deportati più anziani venivano calati vivi dentro piscine infuocate. Racconta che un neonato fu trovato ancora in vita in un forno crematorio, attaccato al seno della madre, e venne giustiziato con un colpo alla nuca.

Sono sicuro che coloro che compaiono nelle immagini in bianco e nero speravano che un giorno qualcuno li vedesse, che la loro sofferenza non fosse dimenticata. Milioni di persone sono stati private della loro umanità, della loro anima, del loro essere uomini.

Ma ragionare in termini di milioni è troppo generico. Penso a ognuna di quelle vite, distrutte, spezzate, gassate e ammucchiate insieme ai corpi dei loro possessori.

Non si può dimenticare. Sono figlio della Storia, tutti noi siamo figli della Storia. Il mondo odierno, la mia libertà proviene anche dall’interno di un lager.

 L’unico modo per non permettere che tutto si ripeta, è parlarne, informarsi, ascoltare le persone che, per pura fortuna, non sono morte per mano nazista.

E quando queste persone, questi sopravvissuti non ci saranno più, toccherà a noi, anche a me, nato nel 1985, raccontare questa storia ai nostri figli.
Perché io ne sono parte.