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Stralcio del
“Dialogo
sulla vita.
Fecondazione assistita. Aborto. Staminali. Adozioni e Aids.
Eutanasia. I confini della ricerca. L'incontro possibile tra scienza
ed etica cristiana secondo il cardinale Carlo Maria Martini e il
prof. Ignazio Marino”
Pubblicata sul settimanale
“L’Espresso” nonché sul sito
www.espressonline.it il 21.04.2006
Aborto
Marino: "Uno dei temi più difficili da affrontare, su cui ci
si interroga in continuazione proprio per la sua delicatezza e
complessità, è l'aborto. In Italia, lo Stato ha regolato la materia,
sforzandosi di coniugare il principio dell'autodeterminazione delle
donne con la libertà di coscienza dei medici che possono scegliere
l'obiezione.
In questi anni in Italia abbiamo potuto constatare gli effetti della
legislazione sull'aborto. Per quanto ciascuno di noi riconosca che
l'aborto costituisce sempre una sconfitta, nessuno può negare che la
legge ha permesso di ridurre il numero complessivo degli aborti e di
tenere sotto controllo quelli clandestini, evitando di mettere a
rischio la vita delle donne esposte a gravi disastri come le
perforazioni dell'utero fatte dalle 'mammane' per indurre l'aborto.
Di fronte a casi estremi come una donna che ha subito una violenza,
una gravidanza in un'adolescente di undici o dodici anni, una donna
senza le possibilità economiche di allevare un bambino, come si pone
la Chiesa? Se si ammette il principio della scelta del male minore
e, come suggerisce la Chiesa cattolica, quello di affidare la
risposta all'intimo della propria coscienza (conscientia perplexa:
quella condizione in cui un uomo o una donna a volte si trovano ad
affrontare situazioni che rendono incerto il giudizio morale e
difficile la decisione), non sarebbe eticamente corretto spiegare
apertamente questo punto di vista? E sostenerlo anche
pubblicamente?".
Martini: "Il tema è molto doloroso e anche molto sofferto.
Certamente bisogna anzitutto voler fare tutto quanto è possibile e
ragionevole per difendere e salvare ogni vita umana. Ma ciò non
toglie che si possa e si debba riflettere sulle situazioni molto
complesse e diversificate che possono verificarsi e ragionare
cercando in ogni cosa ciò che meglio e più concretamente serve a
proteggere e promuovere la vita umana. Ma è importante riconoscere
che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il
principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità
umana, dignità che nella visione cristiana e di molte religioni
comporta una apertura alla vita eterna che Dio promette all'uomo.
Possiamo dire che sta qui la definitiva dignità della persona. Anche
chi non avesse questa fede, potrebbe però comprendere l'importanza
di questo fondamento per i credenti e il bisogno comunque di avere
delle ragioni di fondo per sostenere sempre e dovunque la dignità
della persona umana.
Le ragioni di fondo dei cristiani stanno nelle parole di Gesù, il
quale affermava che 'la vita vale più del cibo e il corpo più del
vestito' (cfr Matteo 6,25), ma esortava a non avere paura 'di quelli
che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima' (cfr
Mt 10,28). La vita fisica va dunque rispettata e difesa, ma non è il
valore supremo e assoluto. Nel vangelo secondo Giovanni Gesù
proclama: 'Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche
se muore, vivrà' (Gv 6,25). E san Paolo aggiunge: 'Io ritengo che le
sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria
futura che dovrà essere rivelata in noi' (Rom 8, 18). V'è dunque una
dignità dell'esistenza che non si limita alla sola vita fisica, ma
guarda alla vita eterna.
Ciò posto, mi sembra che anche su un tema doloroso come quello
dell'aborto (che, come lei dice, rappresenta sempre una sconfitta)
sia difficile che uno Stato moderno non intervenga almeno per
impedire una situazione selvaggia e arbitraria. E mi sembra
difficile che, in situazioni come le nostre, lo Stato non possa non
porre una differenza tra atti punibili penalmente e atti che non è
conveniente perseguire penalmente. Ciò non vuol dire affatto
'licenza di uccidere', ma solo che lo Stato non si sente di
intervenire in tutti i casi possibili, ma si sforza di diminuire gli
aborti, di impedirli con tutti i mezzi soprattutto dopo qualche
tempo dall'inizio della gravidanza, e si impegna a diminuire al
possibile le cause dell'aborto e a esigere delle precauzioni perché
la donna che decidesse comunque di compiere questo atto, in
particolare nei tempi non punibili penalmente, non ne risulti
gravemente danneggiata nel fisico fino al pericolo di morte. Ciò
avviene in particolare, come lei ricorda, nel caso degli aborti
clandestini, e quindi è tutto sommato positivo che la legge abbia
contribuito a ridurli e tendenzialmente a eliminarli.
Comprendo che in Italia, con l'esistenza del Servizio Sanitario
Nazionale, ciò comporta una certa cooperazione delle strutture
pubbliche all'aborto. Vedo tutta la difficoltà morale di questa
situazione, ma non saprei al momento che cosa suggerire, perché
probabilmente ogni soluzione che si volesse cercare comporterebbe
degli aspetti negativi. Per questo l'aborto è sempre qualcosa di
drammatico, che non può in nessun modo essere considerato come un
rimedio per la sovrapopolazione, come mi pare avvenga in certi paesi
del mondo.
Naturalmente non intendo comprendere in questo giudizio anche quelle
situazioni limite, dolorosissime anch'esse e forse rare, ma che
possono presentarsi di fatto, in cui un feto minaccia gravemente la
vita della madre. In questi e simili casi mi pare che la teologia
morale da sempre ha sostenuto il principio della legittima difesa e
del male minore, anche se si tratta di una realtà che mostra la
drammaticità e la fragilità della condizione umana. Per questo la
Chiesa ha anche dichiarato eroico ed esemplarmente evangelico il
gesto di quelle donne che hanno scelto di evitare qualunque danno
recato alla nuova vita che portano in seno, anche a costo di
rimetterci la vita propria. Non riesco invece ad applicare tale
principio della legittima difesa e/o del male minore agli altri casi
estremi da lei ipotizzati, né mi avvarrei del principio della
conscientia perplexa, che non so bene che cosa significa. Mi pare
che anche nei casi in cui una donna non può, per diversi motivi,
sostenere la cura del suo bambino, non devono mancare altre istanze
che si offrono per allevarlo e curarlo. Ma in ogni caso ritengo che
vada rispettata ogni persona che, magari dopo molta riflessione e
sofferenza, in questi casi estremi segue la sua coscienza, anche se
si decide per qualcosa che io non mi sento di approvare".
Hiv e Aids
Marino: "La questione dell'uguaglianza ci porta direttamente
ad interrogarci su problemi e malattie che affliggono milioni di
persone in tutto il mondo, soprattutto nei paesi più poveri e
svantaggiati per i quali l'idea di uguaglianza rimane un sogno molto
lontano se non una mera utopia. Come non pensare subito all'Aids?
Circa 42 milioni di persone nel mondo sono portatrici del virus
dell'Hiv. Nel solo 2005 secondo i dati riferiti dalle agenzie dell'Onu,
3 milioni di persone sono morte di Aids mentre si sono registrati 5
milioni di nuovi infetti. Il 60 per cento dei portatori del virus
vive nei paesi più poveri dell'Africa Sub-Sahariana, con
un'incidenza media nella popolazione tra il 5 e il 10 per cento e
punte che arrivano sino al 25-30 per cento in alcuni paesi come il
Botswana o lo Zimbabwe.
L'Hiv è la piaga di un continente che genera non solo ammalati ma
orfani, povertà, impossibilità di migliorare le condizioni di vita.
Nel mondo occidentale, oggi il virus viene tenuto sotto controllo
grazie ai progressi nelle terapie farmacologiche che permettono ad
un sieropositivo di condurre un'esistenza del tutto normale, con
un'aspettativa di vita paragonabile a quella delle persone non
affette dal virus. Fino a pochi anni fa, il costo annuale per i
farmaci di una persona sieropositiva si aggirava intorno a dieci
mila euro, una cifra proibitiva che poteva essere sostenuta soltanto
dai paesi dove era presente un sistema sanitario nazionale. Oggi i
prezzi, in regime di concorrenza, hanno subito un crollo, fino ad
attestarsi a metà 2003 su 700 euro per i farmaci di marca (prodotti
dalle multinazionali farmaceutiche) e intorno a 200 euro per i
generici di fabbricazione indiana, brasiliana e tailandese.
Nonostante questi importanti passi avanti, in molti paesi africani
la spesa procapite in sanità non supera i 10 dollari l'anno per cui,
nei fatti, l'accesso ai farmaci e alle terapie per contrastare
l'Aids è negato e il virus continua a diffondersi.
Sappiamo che l'Aids si può in parte contrastare con la prevenzione e
l'utilizzo dei profilattici.
Come è accettabile non promuovere l'utilizzo del profilattico per
contribuire a controllare la diffusione del virus? È o non è un
dovere dei governi fare scelte e prendere decisioni su questo tema?
E, rispetto alla dottrina ufficiale della Chiesa cattolica, non si
tratterebbe comunque di optare per un male minore e contribuire alla
salvezza di tante vite umane?".
Martini: "Le cifre che lei cita destano smarrimento e
desolazione. Nel nostro mondo occidentale è assai difficile rendersi
conto di quanto si soffra in certe nazioni. Avendole visitate
personalmente, sono stato testimone di questa sofferenza, sopportata
per lo più con grande dignità e quasi in silenzio. Bisogna fare di
tutto per contrastare l'Aids. Certamente l'uso del profilattico può
costituire in certe situazioni un male minore. C'è poi la situazione
particolare di sposi uno dei quali è affetto da Aids. Costui è
obbligato a proteggere l'altro partner e questi pure deve potersi
proteggere. Ma la questione è piuttosto se convenga che siano le
autorità religiose a propagandare un tale mezzo di difesa, quasi
ritenendo che gli altri mezzi moralmente sostenibili, compresa
l'astinenza, vengano messi in secondo piano, mentre si rischia di
promuovere un atteggiamento irresponsabile. Altro è dunque il
principio del male minore, applicabile in tutti i casi previsti
dalla dottrina etica, altro è il soggetto cui tocca esprimere tali
cose pubblicamente. Credo che la prudenza e la considerazione delle
diverse situazioni locali permetterà a ciascuno di contribuire
efficacemente alla lotta contro l'Aids senza con questo favorire i
comportamenti non responsabili".
A cura di Daniela Minerva
L’intervista integrale può essere letta sul
sito
www.espressonline.it
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