Laicità ed etica
pubblica sullo sfondo della campagna elettorale
Come si declinano le parole della
laicità e dell’etica pubblica all’inizio di una campagna
elettorale particolarmente violenta ed esasperante?
Partiamo dalla laicità, parola che, nell’ultimo anno, a
torto o a ragione, è ritornata prepotentemente al centro del
dibattito politico e culturale italiano ed è servita ai più
disparati usi. Sono convinto che, anche a costo di semplificare
un po’ le cose, in questo preciso momento storico il tema della
laicità si traduca in una scelta prospettica fondamentale,
riassumibile in questa domanda: che cosa vediamo nella Chiesa
cattolica italiana, come la vogliamo considerare? Come un bacino
di voti che possono essere intercettati in vista della prossima
consultazione elettorale, o come un serbatoio di valori e idee
che, opportunamente filtrati, possono costituire un’enorme
risorsa per la vita democratica del nostro Paese?
A seconda della risposta la prospettiva cambia radicalmente: se
infatti la Chiesa viene vista come la “banca del consenso”
allora il problema diventa, per qualsiasi forza politica, quello
di capire in che modo è possibile avere accesso al credito. Le
strade sono diverse.
Si può innanzi tutto blandire la Chiesa, come fanno
coloro che, disinteressati al messaggio evangelico e al suo
fondamento salvifico e veritativo, cercano di carpirne il
consenso sostenendo che la nostra società, impreparata ad
affrontare le sfide epocali che si trova di fronte, non possa
avere altra via di salvezza che quella di arroccarsi
difensivamente su quelli che essi affermano essere i valori
cristiani. Si cerca di captare il consenso della Chiesa
lusingandola, offrendole il ruolo di paladina e salvatrice
dell’Occidente, nella (vana) speranza che questa cada nella
trappola e si presti a servire un progetto politico che spesso
con i valori cristiani non ha nulla a che vedere. Il carattere
strumentale dell’operazione è più che palese: non vi è in realtà
un vero apprezzamento per gli ideali cristiani ma soltanto un
calcolato interesse verso la possibile funzione sociale di un
cattolicesimo inteso in maniera distorta e strumentale. Sarebbe
interessante, del resto, capire che idea abbiano del
cristianesimo questi “atei devoti”: dimenticano infatti che il
cristianesimo non ha insegnato soltanto ad obbedire alle
autorità legittimamente costituite, ma ha anche insegnato a
disobbedire e a resistere alle regole ingiuste. La loro speranza
è che se lo dimentichino anche i cristiani: pertanto, finchè ci
saranno cristiani “scomodi”, e fintantoché la Chiesa nel suo
complesso sarà in grado di mettere in discussione le presunte
conquiste della civiltà occidentale, questo tentativo
dell’ateismo devoto sarà inevitabilmente destinato a fallire.
Un altro atteggiamento espressivo di chi vede nella Chiesa un
capitale di preferenze su cui mettere le mani è quello del
contentino: si offre cioè alla Chiesa, anziché una faticosa
politica ispirata ai grandi valori di cui il cristianesimo è
portatore -primo fra tutti la dignità della persona umana-, la
garanzia dell’adesione convinta ad una o più questioni puntuali,
sulle quali si assicura la piena consonanza con gli auspici del
mondo cattolico. In altre parole si cerca di indovinare quali
siano i temi che più stanno a cuore all’elettorato cattolico (e
che quindi più pesano in termini di preferenze), e si garantisce
la massima intransigenza su quei punti. L’obiettivo è
naturalmente il tornaconto elettorale; la speranza quella che,
una volta esauditi questi limitati desideri, si abbia l’avallo e
il sostegno a tutta la propria politica, o almeno si ottenga di
mettere a tacere quella che a buon diritto può essere
considerata la più grande agenzia di denuncia dell’ingiustizia a
livello mondiale.
Una terza strada per accaparrarsi il consenso prodotto dalla
Chiesa cattolica è quella di cavalcare e alimentare il
rancore anticlericale che cova in alcune fasce della
popolazione italiana; si tratta di un risentimento
fortunatamente poco diffuso, ma probabilmente sufficiente per
superare le irrisorie clausole di sbarramento della nuova legge
elettorale. Il procedimento è semplice: si sa che molte persone
guardano con fastidio all’ancora ben radicata presenza della
Chiesa cattolica nel tessuto sociale italiano e si cerca di
tramutare in voti questa ostilità; anche questo è un modo per
accaparrarsi il consenso creato (indirettamente!) dalla Chiesa
cattolica. Il riferimento è sin troppo evidente alla formazione
della “Rosa nel pugno”, di fronte alla quale non si può
nascondere una seria preoccupazione. A mio avviso una formazione
politica che mira ad essere un punto di riferimento del
bipolarismo italiano per i prossimi decenni non può dare spazio
a chi cerca di raggranellare briciole di consenso soffiando
sulle braci del rancore anticlericale. Su questo credo siano
necessarie parole chiare: i tentativi di sopravvivere fomentando
l’odio non possono avere spazio in una formazione che punta a
governare l’Italia, altrimenti si sacrifica l’obiettivo di lungo
periodo della governabilità e della coesione del Paese
sull’altare del (presunto) tornaconto elettorale immediato. A
maggior ragione ciò non può avvenire all’interno di uno
schieramento che dice di voler raccogliere l’eredità di due
grandi culture politiche: anticlericalismo e laicismo, infatti,
non soltanto non hanno mai fatto parte del bagaglio culturale
del cattolicesimo democratico, ma nemmeno, da che mi risulta,
sono mai stati parte integrante della migliore tradizione del
partito comunista italiano, i cui più illuminati dirigenti hanno
sempre portato grande rispetto, tanto alla fede dei cittadini
quanto al ruolo e all’insegnamento sociale della Chiesa.
Questi, a mio avviso, i tentativi di strumentalizzazione della
Chiesa più evidenti nel panorama politico italiano: e’ possibile
però guardare alla Chiesa cattolica anche da un’altra
prospettiva, vale a dire quella che vi individua un bacino non
di voti ma di valori, ideali e idee di grande potenzialità per
il nostro Paese. Se si parte da quest’ottica allora il problema
non è come mettere le mani su un bottino elettorale, bensì come
questo ricco e consolidato patrimonio di valori possa essere
metabolizzato in una società liberale e pluralista. Il nodo
autentico della laicità, a mio avviso, risiede in questo: come è
possibile fare in modo che il grande patrimonio valoriale e
umano di cui è depositaria la Chiesa cattolica possa utilmente
fecondare il tessuto sociale della nostra società senza che vi
possa essere alcuna confusione fra valori cristiani e velleità
di supremazia culturale dell’Occidente, senza che il
cristianesimo stesso smarrisca la propria vocazione profetica e
antitotalitaria, senza che i non credenti si sentano vittime di
un’offensiva confessionale e senza che la Chiesa possa essere
ricondotta ad una specifica forza politica?
Evidentemente non possiedo la soluzione del problema. Credo però
che, se una soluzione esiste, questa si debba cercare sulla
tensione che corre fra l’autonomia della politica e la sua
capacità di ascoltare. La politica deve essere autonoma dalla
religione, le cui istanze non possono tradursi in regole senza
la mediazione e il filtro della politica. Ugualmente però la
politica deve saper ascoltare con atteggiamento rispettoso e
forse anche umile (non servile, umile) le istanze che provengono
da questi ambienti. Troppo spesso, purtroppo, la categoria della
laicità è stata usata per tagliare fuori dal dibattito pubblico
la voce della Chiesa cattolica generando spesso (giustamente e
in maniera prevedibile) l’effetto contrario a quello sperato.
Troppo spesso dal mondo politico si è inopportunamente chiesto
alla Chiesa di tacere, anziché affermare l’autonomia della
politica. Nessuno mette in discussione il diritto, la
legittimazione e il dovere della politica di decidere secondo
criteri che non possono essere quelli di una fede religiosa; una
politica però che non sa ascoltare e cogliere con attenzione le
sollecitazioni esterne, necessariamente si riduce ad essere
autoreferenziale e a vedere seccare le proprie radici.
Due parole infine sul tema dell’etica pubblica, che
vorrei provare a declinare rispetto all’attuale fase di campagna
elettorale e alla luce della nuova legge elettorale.
Parto da una considerazione molto semplice e quantomai evidente:
ad oggi sembra che l’arma vincente della strategia elettorale
sia quella di far presa sulle più oscure paure dei cittadini
(gli immigrati sono l’esempio più noto) e sulle più basse loro
aspirazioni (i soldi in primis). In altre parole, si dice
ai cittadini di non vergognarsi delle proprie paure irrazionali
e dei propri desideri meno umanamente appaganti, ma di
esprimerli e di consegnarli come mandato elettorale ad una forza
politica che potrà soddisfarli. Trovo questo atteggiamento, che,
sia ben chiaro, è ampiamente diffuso in entrambi gli
schieramenti, profondamente diseducativo: in questo modo infatti
un Paese smarrisce il senso del pudore e perde qualsiasi
aspirazione ad una realizzazione più alta della propria
esistenza. Non nego che tutto ciò possa avere un positivo
riscontro elettorale; è proprio qui però che entra in gioco
l’etica pubblica: può una classe politica permettersi di
abituare un popolo a guardare basso e a svendere il proprio
voto? Quali effetti potrà avere una scelta di questo tipo sul
lungo periodo? Se si vuole restituire dignità alla politica è
necessario farlo a partire dalla campagna elettorale, proponendo
delle grandi idee e dei grandi ideali capaci di convogliare
verso l’alto il consenso, anzichè raccogliere preferenze nei
bassifondi dell’animo umano.
Quanto alla nuova legge elettorale, tra le tante peculiarità che
di questa normativa si possono sottolineare, una mi sembra
particolarmente significativa: una volta compilate le liste è
possibile stabilire con buona approssimazione prima delle
elezioni quale sarà la composizione del futuro Parlamento. Certo
saranno le urne a dire chi sarà maggioranza e chi opposizione e
con quale scarto, ma una buona percentuale di deputati (forse
l’80%?) viene già determinata prima del voto. Questo significa
che, qualora a maggio ci trovassimo di fronte ad un Parlamento
al maschile, anziano e percorso da fondati sospetti di diffusa
illegalità, i partiti non potranno rimpallare la responsabilità
sui cittadini, poco inclini a votare per i giovani e per le
donne, oppure vittime di logiche clientelari. Tutto infatti
dipenderà dalla volontà delle segreterie di partito di
scommettere, nel momento della formulazione delle liste e
dell’ordine dei candidati soprattutto, sui giovani, sulle donne
e, appunto, sull’etica pubblica. In altre parole la nuova legge
elettorale, se espropria il cittadino di considerevoli margini
di scelta, consegna nelle mani dei dirigenti di partito un
potere e una responsabilità enormi e, per certi versi,
inquietante. In tutto ciò non manca peraltro un risvolto
positivo: qualora infatti vi fosse la volontà politica, una
classe dirigente illuminata potrebbe opportunamente svolgere un
ruolo di traino nei confronti di un elettorato eventualmente
poco propenso a sostenere certe tipologie di candidati. Si sa
però che il rinnovo della classe dirigente non si improvvisa a
due mesi dalle elezioni; ritorna attuale allora il tema della
formazione, che i partiti non possono permettersi di delegare
interamente al loro esterno. Comunque si concluda questa
competizione elettorale, il periodo immediatamente successivo
alle elezioni è notoriamente il migliore per investire sulla
formazione; un’occasione da non perdere.