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Lettere alla redazione 

26/02/2006   -   di Davide Paris Presidente nazionale FUCI - e mail: pnm.fuci@tiscali.it

 

 

Laicità ed etica pubblica sullo sfondo della campagna elettorale

 

Come si declinano le parole della laicità e dell’etica pubblica all’inizio di una campagna elettorale particolarmente violenta ed esasperante? 

Partiamo dalla laicità, parola che, nell’ultimo anno, a torto o a ragione, è ritornata prepotentemente al centro del dibattito politico e culturale italiano ed è servita ai più disparati usi. Sono convinto che, anche a costo di semplificare un po’ le cose, in questo preciso momento storico il tema della laicità si traduca in una scelta prospettica fondamentale, riassumibile in questa domanda: che cosa vediamo nella Chiesa cattolica italiana, come la vogliamo considerare? Come un bacino di voti che possono essere intercettati in vista della prossima consultazione elettorale, o come un serbatoio di valori e idee che, opportunamente filtrati, possono costituire un’enorme risorsa per la vita democratica del nostro Paese?

A seconda della risposta la prospettiva cambia radicalmente: se infatti la Chiesa viene vista come la “banca del consenso” allora il problema diventa, per qualsiasi forza politica, quello di capire in che modo è possibile avere accesso al credito. Le strade sono diverse.

Si può innanzi tutto blandire la Chiesa, come fanno coloro che, disinteressati al messaggio evangelico e al suo fondamento salvifico e veritativo, cercano di carpirne il consenso sostenendo che la nostra società, impreparata ad affrontare le sfide epocali che si trova di fronte, non possa avere altra via di salvezza che quella di arroccarsi difensivamente su quelli che essi affermano essere i valori cristiani. Si cerca di captare il consenso della Chiesa lusingandola, offrendole il ruolo di paladina e salvatrice dell’Occidente, nella (vana) speranza che questa cada nella trappola e si presti a servire un progetto politico che spesso con i valori cristiani non ha nulla a che vedere. Il carattere strumentale dell’operazione è più che palese: non vi è in realtà un vero apprezzamento per gli ideali cristiani ma soltanto un calcolato interesse verso la possibile funzione sociale di un cattolicesimo inteso in maniera distorta e strumentale. Sarebbe interessante, del resto, capire che idea abbiano del cristianesimo questi “atei devoti”: dimenticano infatti che il cristianesimo non ha insegnato soltanto ad obbedire alle autorità legittimamente costituite, ma ha anche insegnato a disobbedire e a resistere alle regole ingiuste. La loro speranza è che se lo dimentichino anche i cristiani: pertanto, finchè ci saranno cristiani “scomodi”, e fintantoché la Chiesa nel suo complesso sarà in grado di mettere in discussione le presunte conquiste della civiltà occidentale, questo tentativo dell’ateismo devoto sarà inevitabilmente destinato a fallire.

Un altro atteggiamento espressivo di chi vede nella Chiesa un capitale di preferenze su cui mettere le mani è quello del contentino: si offre cioè alla Chiesa, anziché una faticosa politica ispirata ai grandi valori di cui il cristianesimo è portatore -primo fra tutti la dignità della persona umana-, la garanzia dell’adesione convinta ad una o più questioni puntuali, sulle quali si assicura la piena consonanza con gli auspici del mondo cattolico. In altre parole si cerca di indovinare quali siano i temi che più stanno a cuore all’elettorato cattolico (e che quindi più pesano in termini di preferenze), e si garantisce la massima intransigenza su quei punti. L’obiettivo è naturalmente il tornaconto elettorale; la speranza quella che, una volta esauditi questi limitati desideri, si abbia l’avallo e il sostegno a tutta la propria politica, o almeno si ottenga di mettere a tacere quella che a buon diritto può essere considerata la più grande agenzia di denuncia dell’ingiustizia a livello mondiale.

Una terza strada per accaparrarsi il consenso prodotto dalla Chiesa cattolica è quella di cavalcare e alimentare il rancore anticlericale che cova in alcune fasce della popolazione italiana; si tratta di un risentimento fortunatamente poco diffuso, ma probabilmente sufficiente per superare le irrisorie clausole di sbarramento della nuova legge elettorale. Il procedimento è semplice: si sa che molte persone guardano con fastidio all’ancora ben radicata presenza della Chiesa cattolica nel tessuto sociale italiano e si cerca di tramutare in voti questa ostilità; anche questo è un modo per accaparrarsi il consenso creato (indirettamente!) dalla Chiesa cattolica. Il riferimento è sin troppo evidente alla formazione della “Rosa nel pugno”, di fronte alla quale non si può nascondere una seria preoccupazione. A mio avviso una formazione politica che mira ad essere un punto di riferimento del bipolarismo italiano per i prossimi decenni non può dare spazio a chi cerca di raggranellare briciole di consenso soffiando sulle braci del rancore anticlericale. Su questo credo siano necessarie parole chiare: i tentativi di sopravvivere fomentando l’odio non possono avere spazio in una formazione che punta a governare l’Italia, altrimenti si sacrifica l’obiettivo di lungo periodo della governabilità e della coesione del Paese sull’altare del (presunto) tornaconto elettorale immediato. A maggior ragione ciò non può avvenire all’interno di uno schieramento che dice di voler raccogliere l’eredità di due grandi culture politiche: anticlericalismo e laicismo, infatti, non soltanto non hanno mai fatto parte del bagaglio culturale del cattolicesimo democratico, ma nemmeno, da che mi risulta, sono mai stati parte integrante della migliore tradizione del partito comunista italiano, i cui più illuminati dirigenti hanno sempre portato grande rispetto, tanto alla fede dei cittadini quanto al ruolo e all’insegnamento sociale della Chiesa. 

Questi, a mio avviso, i tentativi di strumentalizzazione della Chiesa più evidenti nel panorama politico italiano: e’ possibile però guardare alla Chiesa cattolica anche da un’altra prospettiva, vale a dire quella che vi individua un bacino non di voti ma di valori, ideali e idee di grande potenzialità per il nostro Paese. Se si parte da quest’ottica allora il problema non è come mettere le mani su un bottino elettorale, bensì come questo ricco e consolidato patrimonio di valori possa essere metabolizzato in una società liberale e pluralista. Il nodo autentico della laicità, a mio avviso, risiede in questo: come è possibile fare in modo che il grande patrimonio valoriale e umano di cui è depositaria la Chiesa cattolica possa utilmente fecondare il tessuto sociale della nostra società senza che vi possa essere alcuna confusione fra valori cristiani e velleità di supremazia culturale dell’Occidente, senza che il cristianesimo stesso smarrisca la propria vocazione profetica e antitotalitaria, senza che i non credenti si sentano vittime di un’offensiva confessionale e senza che la Chiesa possa essere ricondotta ad una specifica forza politica?

Evidentemente non possiedo la soluzione del problema. Credo però che, se una soluzione esiste, questa si debba cercare sulla tensione che corre fra l’autonomia della politica e la sua capacità di ascoltare. La politica deve essere autonoma dalla religione, le cui istanze non possono tradursi in regole senza la mediazione e il filtro della politica. Ugualmente però la politica deve saper ascoltare con atteggiamento rispettoso e forse anche umile (non servile, umile) le istanze che provengono da questi ambienti. Troppo spesso, purtroppo, la categoria della laicità è stata usata per tagliare fuori dal dibattito pubblico la voce della Chiesa cattolica generando spesso (giustamente e in maniera prevedibile) l’effetto contrario a quello sperato. Troppo spesso dal mondo politico si è inopportunamente chiesto alla Chiesa di tacere, anziché affermare l’autonomia della politica. Nessuno mette in discussione il diritto, la legittimazione e il dovere della politica di decidere secondo criteri che non possono essere quelli di una fede religiosa; una politica però che non sa ascoltare e cogliere con attenzione le sollecitazioni esterne, necessariamente si riduce ad essere autoreferenziale e a vedere seccare le proprie radici.

Due parole infine sul tema dell’etica pubblica, che vorrei provare a declinare rispetto all’attuale fase di campagna elettorale e alla luce della nuova legge elettorale.

Parto da una considerazione molto semplice e quantomai evidente: ad oggi sembra che l’arma vincente della strategia elettorale sia quella di far presa sulle più oscure paure dei cittadini (gli immigrati sono l’esempio più noto) e sulle più basse loro aspirazioni (i soldi in primis). In altre parole, si dice ai cittadini di non vergognarsi delle proprie paure irrazionali e dei propri desideri meno umanamente appaganti, ma di esprimerli e di consegnarli come mandato elettorale ad una forza politica che potrà soddisfarli. Trovo questo atteggiamento, che, sia ben chiaro, è ampiamente diffuso in entrambi gli schieramenti, profondamente diseducativo: in questo modo infatti un Paese smarrisce il senso del pudore e perde qualsiasi aspirazione ad una realizzazione più alta della propria esistenza. Non nego che tutto ciò possa avere un positivo riscontro elettorale; è proprio qui però che entra in gioco l’etica pubblica: può una classe politica permettersi di abituare un popolo a guardare basso e a svendere il proprio voto? Quali effetti potrà avere una scelta di questo tipo sul lungo periodo? Se si vuole restituire dignità alla politica è necessario farlo a partire dalla campagna elettorale, proponendo delle grandi idee e dei grandi ideali capaci di convogliare verso l’alto il consenso, anzichè raccogliere preferenze nei bassifondi dell’animo umano.

Quanto alla nuova legge elettorale, tra le tante peculiarità che di questa normativa si possono sottolineare, una mi sembra particolarmente significativa: una volta compilate le liste è possibile stabilire con buona approssimazione prima delle elezioni quale sarà la composizione del futuro Parlamento. Certo saranno le urne a dire chi sarà maggioranza e chi opposizione e con quale scarto, ma una buona percentuale di deputati (forse l’80%?) viene già determinata prima del voto. Questo significa che, qualora a maggio ci trovassimo di fronte ad un Parlamento al maschile, anziano e percorso da fondati sospetti di diffusa illegalità, i partiti non potranno rimpallare la responsabilità sui cittadini, poco inclini a votare per i giovani e per le donne, oppure vittime di logiche clientelari. Tutto infatti dipenderà dalla volontà delle segreterie di partito di scommettere, nel momento della formulazione delle liste e dell’ordine dei candidati soprattutto, sui giovani, sulle donne e, appunto, sull’etica pubblica. In altre parole la nuova legge elettorale, se espropria il cittadino di considerevoli margini di scelta, consegna nelle mani dei dirigenti di partito un potere e una responsabilità enormi e, per certi versi, inquietante. In tutto ciò non manca peraltro un risvolto positivo: qualora infatti vi fosse la volontà politica, una classe dirigente illuminata potrebbe opportunamente svolgere un ruolo di traino nei confronti di un elettorato eventualmente poco propenso a sostenere certe tipologie di candidati. Si sa però che il rinnovo della classe dirigente non si improvvisa a due mesi dalle elezioni; ritorna attuale allora il tema della formazione, che i partiti non possono permettersi di delegare interamente al loro esterno. Comunque si concluda questa competizione elettorale, il periodo immediatamente successivo alle elezioni è notoriamente il migliore per investire sulla formazione; un’occasione da non perdere.