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Il
referendum sulla Legge 40 su questioni delicate e importanti, viene
vissuto nella indifferenza generale e con uno scontro tra opposti
ideologismi che rischiano di non andare alla radice del problema.
Di
seguito la sintesi di un approfondito ragionamento di un giurista
cattolico come Michele Di Schiena, Presidente onorario aggiunto di Cassazione, che
approfondisce aspetti etici e giuridici della vicenda e che lo fanno
concludere - in linea con una minoranza inquieta di questo Paese - che
andrà a votare e voterà scheda bianca.
Giancarlo
Canuto
IL
REFERENDUM DELLO SCONTRO E DELL’INQUIETUDINE
La
Legge sulla fecondazione medicalmente assistita (19 febbraio 2004 n. 40)
ed il referendum del 12 e 13 giugno hanno ad oggetto alcune difficili
questioni le più rilevanti della quali si possono così sintetizzare: i
problemi riproduttivi causati da condizioni di sterilità o infecondità
senza esporre le donne a rischi di salute evitabili; lo “statuto”
dell’embrione e cioè se esso debba essere considerato un essere umano
meritevole di tutele o ritenuto solo un coagulo di materiale genetico
liberamente manipolabile; se sia ammissibile o meno una genitorialità
legale, ottenuta attraverso la fecondazione artificiale, non coincidente
con quella naturale.
Si
tratta di problemi complessi e delicati che in una società democratica
dovrebbero essere affrontati non in chiave ideologica con contrapposizioni
frontali e reciproche demonizzazioni ma cercando di trovare un punto di
incontro tra le tesi a confronto per addivenire a soluzioni normative
sagge ed equilibrate, fondate sulle più accreditate cognizioni
scientifiche ed anche nel massimo rispetto possibile delle concezioni
etiche più largamente diffuse dal momento che il diritto è, in qualche
modo, un “precipitato storico
della morale”. Tutt’altro: per il varo della Legge n. 40, ieri, e
per la campagna referendaria, oggi, è stata seguita purtroppo una via
diversa e cioè quella dell’assolutizzazione delle tesi in competizione
e dello scontro ideologico. Si è puntato invero più a far schierare che
a far capire, più a far aderire che a far ragionare, più a vincere che a
dare risposte all’altezza degli interessi e dei valori in gioco. Ora, se
è vero che è necessaria una regolamentazione della materia è anche
certo che quella operata dalla legge in vigore risulta squilibrata e
contraddittoria come riconoscono, pronunciandosi per il “si” ai
quesiti referendari, molti autorevoli esponenti della maggioranza che ha
approvato la legge medesima. D’altra parte, è anche vero che il
successo del referendum comporterebbe una ingiusta e semplicistica
liberalizzazione in una materia che richiede interventi ponderati e
responsabili.
Ma
il referendum ormai c’è e si dovrebbe votare per il “si” o per il
“no” oppure astenersi secondo l’indicazione del cardinale Ruini. Una
esortazione questa democraticamente inaccettabile perché utilizza il
disvalore della “non partecipazione” con l’intento di far vincere la
consultazione da una maggioranza costituita dalla somma artificiosa
dell’astensionismo di coloro che si oppongono al referendum con
l’astensionismo cosiddetto fisiologico. L’astensione dal voto è
invero una possibilità offerta dall’ordinamento agli impediti per varie
ragioni, ai disinteressati e a coloro che non si sentono in grado di
scegliere tra gli schieramenti o le tesi a confronto ma non è certo
prevista dalla legge come uno strumento da utilizzare per far prevalere
una tesi sull’altra alterando l’esito di una consultazione popolare.
Ne consegue che in questo referendum l’astensione, per le finalità
perseguite da chi la sollecita, si pone contro la logica della normativa
in materia correttamente interpretata pur risultando chiaramente priva di
sanzione. Una tale astensione si appalesa poi moralmente censurabile perché
fa ricorso ad un machiavello, ad un espediente all’insegna del principio
per il quale il fine giustifica i mezzi. La Chiesa ha indubbiamente il
diritto non solo di proporre i suoi valori – nei quali si riconosce chi
scrive - ma anche di denunciare scelte politiche e legislative ritenute in
contrasto con questi valori come ha giustamente fatto, ad esempio, in
occasione della guerra in Iraq e del varo della legge Bossi-Fini. Sono
invece impropri gli interventi di organi o personalità ecclesiali rivolti
a dettare prescrizioni tecnico-politiche o a dare specifiche indicazioni
di voto.
Quanto
al merito, va detto che le due questioni di maggiore rilievo sono quella
del “valore” da riconoscere all’embrione e quella del rapporto tra
le “ragioni” della donna e le tutele in favore del concepito. In
ordine alla prima, il problema non è quello di stabilire, come da più
parti si fa credere, se l’embrione è o meno “persona”, termine
questo che indica in filosofia un individuo dotato di ragione legato agli
altri da relazioni sociali e, nel mondo del diritto un soggetto,
individuale o collettivo, titolare di rapporti giuridici. La vera
questione è se al prodotto del concepimento va riconosciuta dignità
umana con la conseguente predisposizione in suo favore di adeguate tutele.
Le più accreditate convinzioni scientifiche affermano che ogni nuovo
essere umano ha inizio con la fecondazione attraverso un processo che
porta alla formazione dello zigote (una sola cellula) che si moltiplica
subito per segmentazione. All’atto della fecondazione si origina quindi
un prodotto umano dotato di un patrimonio genetico individuale ed
irripetibile (il genoma) e quindi portatore di un progetto-programma che
gli consente di essere soggetto attivo della sua costruzione e della sua
crescita continua e coordinata. Il prodotto del concepimento non è quindi
un semplice coagulo di materiale genetico, né una “pars
ventris” e neppure una “spaes
vitae” ma una vera e propria vita umana dotata dei caratteri della
unicità e della unitarietà.
Quanto
alla seconda questione, quella concernente il rapporto fra le
“ragioni” della donna e le tutele per il concepito, è deviante lo
scontro tra l’equivalenza o meno dei diritti dell’embrione con quelli
della madre. Una simile equiparazione non è stata mai ragionevolmente
sostenuta da alcuno né affermata in alcuna legislazione, comprese quelle
che puniscono l’aborto. Il comune sentire ha invero sempre negato
siffatta parificazione ed il diritto ne ha doverosamente dovuto prendere
atto. Il vero problema è se la vita umana nascente è ritenuta meritevole
di tutele ed in quale misura debbano essere conciliate queste tutele con
le aspirazioni alla procreazione di persone sterili o infeconde, con la
salvaguardia della tutela della donna e con le esigenze della ricerca
scientifica (che secondo diversi studiosi potrebbe utilmente seguire vie
diverse da quella delle cellule staminali embrionali). La legge n. 40 non
opera un’accettabile conciliazione di queste esigenze coprendosi dietro
la pomposa affermazione secondo la quale la procreazione assistita, come
da essa disciplinata, assicurerebbe «i
diritti di tutti i soggetti coinvolti compreso il concepito» (art.
1). Affermazione questa infondata anche per quanto riguarda il prodotto
del concepimento perché la stessa legge, persino nel caso di impianto
andato a buon fine, assicura normalmente la salvaguardia solo di uno dei
tre embrioni prodotti lasciando gli altri al loro destino.
In
questa situazione confusa e senza immediati sbocchi positivi,
caratterizzata da antagonismi attraversati da intolleranze e
contraddizioni, può forse costituire un importante punto di riferimento
la scelta di quella inquieta ma riflessiva minoranza che si recherà alle
urne e voterà scheda bianca
contro il tatticismo opportunistico del cardinale Ruini, contro una legge
inadeguata ed incoerente ed anche contro il semplicismo individualistico
dei referendari. Un dissenso che si carica dell’accorata richiesta alla
politica di dar vita responsabilmente, quale che sia l’esito del
referendum, ad una normativa che tenga veramente conto dei diversi valori
in gioco nel doveroso rispetto dei principi costituzionali.
Brindisi,
25 maggio 2005
Michele
DI SCHIENA
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