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Lettere alla Redazione

12/04/2005   -   di Walter Baggio

 

 

MAGISTRATI PADANI IN PADANIA

 

Non faccio politica; non ne ho mai fatta, né penso mi impegnerò mai in un’attività per la quale non mi sento per nulla portato, né come sostenitore né in prima linea.

Però, leggendo del successo nell’insuccesso riportato da Lega Nord, non posso fare a meno di pensare ai manifesti elettorali esposti a Milano, confrontando le idee lì espresse con la mia esperienza quotidiana: “MAGISTRATI PADANI IN PADANIA; PADRONI A CASA NOSTRA”.

Sono Europeo per convinzione, Italiano per cittadinanza, Lombardo per nascita e residenza.

E Milanese, con orgoglio; La grande Milano è il centro del mio mondo.

Milano, la capitale economica dell’Italia, la città sempre attiva dove non ci si ferma mai, dove per avere un caffè al bar basta chiedere e…… il piattino è già sul bancone di fronte a noi. Niente attesa, niente chiacchiere inutili, niente perdite di tempo. Perché il tempo, sinonimo di lavoro, è denaro. E Milano di denaro ne vuole vedere scorrere tanto.

La Milano che produce e che accumula ricchezze per sé e per altri.

Con di fronte agli occhi gli slogan elettorali sopra riportati, penso ad una persona che, simpaticamente e sempre con un sorriso in viso, parlando delle mie origini mi chiama “il bossiano”. Non lo sono, non nel senso comunemente dato al termine, ma per nascita e “ruolo” accetto la definizione.

E ricordo il giorno in cui mi sono ritrovato, lontano dalla mia Milano, invitato per caso ad un incontro pre-elettorale. Leghisti? Non ne sono sicuro; Quasi certamente no, ma certo portatori di  un pizzico di razzismo per nulla celato.

Ricordo che io, “il bossiano”, mi sono sentito estremamente moderato quando il discorso è caduto sull’occupazione giovanile e sulla valutazione di chi poteva ritenersi nel diritto di occupare certe cariche pubbliche.

Si è parlato di Pubblica Sicurezza e di dipendenti Municipali, lasciando intendere che le considerazioni fatte potevano benissimo essere estese ad un qualunque altro Pubblico Impiego.

Sono sincero se confesso che mi sono sentito un po’ a disagio nell’apprendere che, per convinzione o per consuetudine, ero comunque il meno “leghista” della compagnia; Forse l’unico a considerare normale che in città i dipendenti di Poste, Comune, Scuole e Forze dell’Ordine potessero essere persone venute in città da altrove. Immigrati italiani ieri, domani di chissà dove.

Persone venute in città per trovare lavoro, si dice in genere, ma quella sera è stato più volte ripetuto “per rubare risorse economiche ed occupazione” ai residenti aventi diritto.

Pure io sono convinto che, in una società onesta, i primi ad aver diritto a certi “privilegi” quali casa e lavoro, dovrebbero essere i residenti, ma sono anche il primo a sognare in una valutazione meritocratica delle persone. A sperare che i concorsi pubblici siano esami e non farse, ad augurarmi che la cosa pubblica sia gestita ed amministrata da persone competenti e non dai figli del Tizio o i nipoti del Caio.

Quella sera il lupo “bossiano” era silenziosamente diventato l’agnello timido che cercava di capire come si potesse essere così apertamente razzisti di fronte al diritto di un italiano meritevole di  occupare un posto pubblico (con atto di fede, considero realizzata l’utopia della serietà dei concorsi pubblici).

Non avrei mai immaginato di potermi sentire così aperto al “diverso” proprio io, milanese, “bossiano” per definizione,  trovandomi in Veglie al cospetto di un campanilismo che scivolava in un velato razzismo di quartiere. Come se non fosse storia nota la sofferenza che molti Vegliesi hanno dovuto patire, per l’identico razzismo trovato ad accoglierli al Nord. Perché la riunione sopra citata si è tenuta non nella ricca Brianza o nel Triveneto operoso, feudi inespugnabili di fede leghista, ma a Veglie.

E vegliesi erano i protagonisti della discussione.