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Lettere |
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31/01/2005 - di Don M. A. Martina |
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SHOAH DIALOGO TRA CRISTIANI ED EBREI SOMMARIO : 1) Exursus sul rapporto tra Cristiani ed Ebrei 2) La Chiesa oggi (il 17 gennaio giornata del dialogo…)
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EXURSUS STORICO SUL RAPPORTO TRA CRISTIANI ED EBREI Alle origini, la fede cristiana in Gesù di Nazareth, ritenuto messia e Figlio di Dio, apparve agli Ebrei come una gravissima deviazione dal monoteismo. Così gli Ebrei scomunicarono i Cristiani. Nella preghiera quotidiana dell’”Ascolta Isdraele” c’era la petizione per la morte degli eretici nazareni (i Cristiani). Nei primi secoli l’atteggiamento ebraico verso i Cristiani fu d’ignoranza e di avversione; mentre verso Gesù si dicono abbondantemente falsità calunniose (esercitò la magia, fu impiccato, figlio di Pandera o Stade, eretico pernicioso del popolo; figlio bastardo di una parrucchiera Miriam, operatore di arti magiche). Si trattò anche di vera persecuzione verso i Cristiani (S.Giustino Apol I ) ricordava che nell’ultima guerra giudaica del 135 i Cristiani che non rinnegavano e non bestemmiavano Gesù Cristo venivano trucidati. Anche la Lettera a Diogueto rilevava che i giudei fanno guerra ai Cristiani. Altre fonti informano che contro i Cristiani danno manforte ai pagani) Anche da parte Cristiana l’atteggiamento verso gli ebrei fu polemico e presto persecutorio, fino a giungere agli eccessi antiebraici del medioevo e dei secoli successivi. I Padri della Chiesa, per ragioni dottrinali con lo scopo di impedire ai Cristiani di “giudeizare” (praticare i riti ebraici) e per contrastare le calunnie e le persecuzioni contro i Cristiani, iniziarono ad accusare gli ebrei, di ieri e di oggi, come tutti responsabili dell’uccisione di Gesù, il Figlio di Dio. Nasce dunque l’accusa di “deicidio” (S. Cirillo d’Aless.; S. Gregorio di Nazionzo, S.Cirillo di Gerusalemme, Teodorito di Ciro, S. Ambrogio, S. Agostino, S. Ciprino, Origene, Tertilliano, S. Giovanni Crisostomo). Secondo i Padri della Chiesa tutto Isdraele era colpevole, anche il presente, per l’ostinazione di non riconoscere Gesù il Messia. Va precisato che la polemica di essi è di livello teologico, non pratico, con lo scopo di scoraggiare i cristiani a seguire norme e riti ebraici, in quanto in contraddizione con le novità del “sacerdozio della vita” di Cristo. Dopo che il cristianesimo divenne religione dell’Impero (pace costantiniana), l’odio verso gli ebrei e le vessazioni legislative nei loro confronti, andarono cresendo (spec. Teodozio II). Dall’XI sec. In poi l’antiebraismo divenne virulento per tre motivi: 1) erano chiusi nella loro etnia e religione; 2) Si ostinavano a negare Gesù come vero messia; 3) Erano forti nel commercio e ne far prestito ad interesse (proibito questo ai Cristiani) diventando così molto ricchi. Si deve però rilevare che non in tutta l’Europa l’antiebraismo ha avuto la stessa virulenza. In paesi come la Spagna, la Polonia e l’Italia gli ebrei hanno goduto di lunghi periodi di pace e di prosperità. In particolare li hanno difesi e protetti i papi, se si eccettua qualcuno (Paolo IV, S.Pio V) di sentimenti fortemente antiebraici. Nell’epoca moderna, gli ebrei vennero visti anche come isolati e quindi fuori dalla patria e dall’unità nazionale, per non dire l’antipatia da essi suscitata per il loro forte successo nel mondo degli affari e specialmente in quello bancario, ci furono dunque le false accuse per delitti politici, per le crisi finanziarie di alcuni stati ecc. Col nazismo all’antisemitismo si aggiunge il razzismo, che era anche anticristiano (Cristo era ariano… ). Durante la persecuzione nazista; molti ebrei furono salvati dalla chiesa, pastori e laici… Nel dopoguerra allora era ormai intenso il bisogno di riflettere serenamente sul rapporto tra cristiani ed ebrei. Il primo documento della svolta è costituito dai “ dieci punti di Seelisberg”, stilato in quella cittadina svizzera da un gruppo di cattolici ed ebrei. Si raccomandava alle Chiese e ai cristiani d’insistere sui seguenti punti:
2)
LA CHIESA OGGI: SEMPRE IN DIALOGO CON GLI EBREI Il Concilio Vaticano II è il primo della storia che si occupa degli ebrei in maniera positiva. Nella dichiarazione conciliare Nostra aetate (n.4) ricorda anzitutto “il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe d’Abramo”. Infatti, la Chiesa “riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già nei patriarchi, in Mosè e nei profeti” e che “tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la promessa, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca”. Essa non può dimenticare che “ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo d’Israele” e che “si nutre della radice dell’ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i gentili”. Essa, infatti, crede che “Cristo ha riconciliato gli ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso”. Dopo aver ricordato che dal popolo ebraico sono venuti Cristo, gli apostoli e i primi discepoli, il Concilio afferma che, nonostante il rifiuto opposto a Cristo, “secondo l’Apostolo gli ebrei, in grazia dei padri, conservano le loro prerogative e rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. Con i profeti e con lo stesso Apostolo la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce”. Afferma, poi, che “se le autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo. E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non insegnino alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo”. Infine, il Concilio afferma che “la Chiesa deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei di ogni tempo e da chiunque” e conchiude che “Cristo si è volontariamente sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza”. Perciò, “il dovere della Chiesa è di annunziare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia”. Con questa dichiarazione il Concilio rivedeva profondamente l’atteggiamento dei cristiani verso gli ebrei, sfatando vecchi pregiudizi quali quelli d’Israele popolo “deicida”, rigettato da Dio e colpevole nella sua totalità passata e presente della morte di Cristo, e apriva la via a una visione nuova del rapporto Chiesa-Israele. Su questa nuova strada si sono poste nei vent’anni passati tanto la pastorale quanto la teologia cattolica. Così, negli “orientamenti e suggerimenti” per l’applicazione della dichiarazione Nostra aetate, si propone di stabilire un vero dialogo tra ebrei e cristiani come “mezzo per approfondire la ricchezza della propria tradizione”. “Condizione del dialogo – vi si dice – è il rispetto dell’altro, così come esso è, e soprattutto il rispetto della sua fede e delle sue convinzioni religiose”. Si raccomanda perciò di vivere e di testimoniare la propria fede nel rispetto della libertà religiosa degli ebrei e sforzandosi di “comprendere le difficoltà che l’anima ebraica prova davanti al mistero del Verbo incarnato, data la nozione molto alta e molto pura che essa possiede della trascendenza divina”. 3)
TESTIMONIANZE DELLA SHOAH Storia
di Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz,
raccontata da lei stessa. Avevo 13 anni nel 1943 e conoscevo da 5 la persecuzione, perché una sera di fine estate del 1938, mio papà mi spiegò con dolcezza che non avrei più potuto andare a scuola, in via Ruffini, poiché ero una bambina ebrea e c’erano delle nuove leggi che mi impedivano di continuare la mia vita come prima. Eravamo diventati cittadini di “serie B”. Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca dell’Italia settentrionale, furono le leggi di Norimberga a condannarci. Mio papà decise di mettermi in salvo: mi procurò documenti falsi e mi affidò ad amici eroici che rischiarono la vita per nascondermi. Allora lasciai per sempre la mia casa e i miei nonni. Dopo qualche tempo mio papà ed io cercammo di fuggire in Svizzera. Eravamo in balia di contrabbandieri esosi e senza scrupoli. Con grande fatica passammo il confine sulle montagne dietro a Viggiù e arrivammo in Svizzera. Il sogno durò poco: pochi passi in un bosco e ci imbattemmo in una sentinella che ci accompagnò al vicino comando. Là un ufficiale svizzero-tedesco non volle sentire né ragioni né suppliche e ci rimandò indietro. A 13 anni entrai da sola nel carcere di Varese, piangendo disperatamente. Poi fui a Como; poi a Milano, a San Vittore. Qui ero con mio papà. Il quinto raggio era destinato ai prigionieri ebrei: tutti ammassati in attesa della deportazione annunciata…Alla fine di gennaio un implacabile appello scandì anche i nostri nomi. Caricati su un camion, attraversammo Milano e fummo portati alla Stazione Centrale, dove nel sotterraneo era pronto per noi un treno merci. Fummo fatti salire a calci e pugni e piombati nei vagoni. Il viaggio durò una settimana. Eravamo ammassati l’uno sull’altro; un secchio per gli escrementi e un po’ di paglia per terra, senza né luce né acqua. All’alba del 6 febbraio il treno si fermò ad Auschwitz… Con altre 30 ragazze italiane, spaurite, stupite da questo destino, entrammo nel grande lager femminile di Birkenau. Era una città fantasma: una distesa senza fine di baracche spaventose. Il primo giorno fummo denudate, rapate a zero e ci fu tatuato un numero sul braccio. Questo numero sostituiva allora il nostro nome, ma è diventato negli anni una parte di me; si identifica per me con il dolore puro, con il violento cambiamento di ruolo che dovetti subire, da figlia a ragazzina disgraziata e sola in un lager. Imparai in fretta che lager significava morte, fame, freddo, botte, punizioni; significava schiavitù, umiliazioni, torture, esperimenti… La lotta per la sopravvivenza era senza quartiere: le prigioniere affamate e disperate avrebbero fatto qualunque cosa per un pezzo di pane. Passavano i mesi e noi obbedivamo ciecamente agli ordini, poiché volevamo vivere. Cercavamo di non perdere almeno il nostro cervello. Io tentavo di sdoppiarmi, immergendomi in un mondo irreale e mi sforzavo di non vedere e di non sentire. Di non vedere i cadaveri nudi e scheletriti, ammucchiati in attesa di essere bruciati; di non vedere le punizioni, la fiamma del camino, la neve sporca, i fili spinati percorsi da corrente elettrica. Di non sentire di notte le grida, i fischi, i comandi urlati; i racconti delle altre prigioniere sulle atrocità viste o subite. Alla fine del gennaio 1945, con l’avvicinarsi dei russi, il campo fu in parte distrutto dai nazisti in fuga e tutti i prigionieri in grado di muoversi furono evacuati verso altri campi. Fui avviata con altre disgraziate come me, a piedi, sulle strade della Germania. Non mi voltavo a guardare le compagne che cadevano e che venivano finite con una fucilata alla testa. Andavo avanti e comandavo alle mie gambe di camminare. La strada era disseminata di morti senza tomba. Ci buttammo sugli immondezzai e ci riempivamo come pazzi di qualunque cosa. Arrivai al campo di Ravensbruck e poi ancora altri campi, fino alla primavera del 1945. Vive per miracolo, scheletri senza parvenza di femminilità, vedemmo fuggire i nostri aguzzini e giungere gli americani da una parte e i russi dall’altra. Eravamo testimoni della Storia che cambiava sotto i nostri occhi, sconvolte, stanchissime ed emozionate. Tornai a Milano dopo mesi, quando gli americani riuscirono a organizzare il rientro, dopo averci diviso per nazionalità. Nell’agosto 1945 arrivai, in un camion americano in piazza Cadorna. Mi avviai alla mia casa di corso Magenta per vedere se c’era qualcuno dei miei, ma le finestre rimasero chiuse per sempre. Liliana Segre I bambini della shoahTra il 1933 e il 1945 i nazi-fascisti uccisero quasi sei milioni di ebrei. Cosa avevano fatto per provocare un simile trattamento? Proprio niente. Semplicemente, erano ebrei. Il 27 gennaio il nostro paese ha dedicato a tutti loro e alla shoah (in ebraico significa disastro) un giorno “della Memoria”: non dimenticare mai cosa successe serve a far sì che non ricapiti mai più. Lo sapevate che di quei sei milioni di morti, un milione e mezzo erano bambini? Bambini come tutti gli altri, che giocavano appena potevano, ridevano, piangevano, dimenticavano di fare i compiti, andavano a spasso con la mamma o con il papà, litigavano con i fratelli. Alcuni erano biondi, altri bruni, con gli occhi neri o azzurri, mingherlini o grassottelli, maschi o femmine… Erano proprio come tutti gli altri. “I bambini vanno presi sul serio”, ha scritto più di sessant’anni fa Janusz Korczak, pediatra e pedagogo polacco, il quale ci credeva davvero in quelle parole e visse dimostrandolo. Quando i nazisti costrinsero gli ebrei di Varsavia a vivere in un ghetto, Korczak andò ad abitare nell’orfanotrofio ebraico. Lì si impegnò in alcuni esperimenti pedagogici: istituì un Tribunale dei pari, in cui i bambini giudicavano e venivano giudicati; un Parlamento dei bambini, nel quale venivano eletti solo i bambini onesti, con la possibilità per i disonesti di riabilitarsi; un giornale. Il 5 agosto 1942 affrontò la deportazione insieme ai suoi ragazzi: marciarono insieme verso il treno che li avrebbe portati nel campo di concentramento di Treblinka, dove sarebbero morti tutti. “I bambini avanzavano a gruppi di quattro – racconta un testimone – Korczak li guidava, a testa alta, tenendone due per mano. Andavano verso la morte con gli occhi colmi di disprezzo per i loro assassini”. Un marchio cucito addossoNei lager non venivano rinchiusi e uccisi in massa solo gli ebrei, sui cui abiti veniva saldamente cucita una stella a sei punte gialla, grande come il palmo della mano, con i contorni neri e la scritta “ebreo”, ma anche altre categorie di internati, contraddistinti da un triangolo colorato: rosso per gli oppositori politici; verde per i criminali comuni; rosa per gli omosessuali; nero per gli asociali; marrone per gli zingari; violetto per gli obiettori di coscienza. Le persone lente di riflessi, con problemi di comprensione o di parola erano costrette a portare un bracciale con la scritta “idiota”. Ricordare perché l’orrore non si ripetaDuro a morire il pregiudizio contro gli ebrei. Lo dimostra una ricerca condotta dalla Comunità di Sant’Egidio tra gli extracomunitari che studiano nelle scuole di lingua italiana del posto. Da un questionario, distribuito dalla Comunità a 750 iscritti alle scuole Massignon di Roma e Firenze emerge infatti che l’80% non conosce le cifre esatte dell’Olocausto. Molti i luoghi comuni e gli svarioni a sfondo religioso. Però chi frequenta le scuole da più tempo ha meno pregiudizi. “E’ segno che razzismo e antisemitismo non sono inevitabili”, ha rilevato il portavoce della comunità di S. Egidio Mario Marazziti. Saul Maghnagi, assessore alla Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche ha insistito sull’importanza dell’apprendimento della lingua italiana “come strumento d’inserimento sociale e culturale”. Da un sondaggio condotto su scala europea emerge che un europeo su due considera gli ebrei “diversi” e che il 15% è addirittura antisemita. E segnali negativi provengono perfino dall’universo di chi, a sua volta, è spesso discriminato per motivi etnici o religiosi: gli immigrati. Gli immigrati non conoscono la tragedia del popolo ebraico, il cui significato è più forte in Europa, in cui ha preso piede. Gli italiani, come gli europei devono ritenersi corresponsabili di questo orrore. “Ricordare perché l’orrore non si ripeta”, dice il nostro presidente Ciampi. E per ricordare è stata istituita la Giornata della memoria con una legge del luglio 2000: il 27 di gennaio, perchè il 27 gennaio 1945 avvenne la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche.
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