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30/01/2005 - |
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EXODUS 1947 La
storia della nave di sopravvissuti ai campi di sterminio ci conferma
Era
molto rinomata per i bar, per
le orchestre e per le sale da ballo, tuttavia era proprio brutta, con
quella sagoma da ferro da stiro galleggiante con un solitario fumaiolo
rivolto al cielo. Tuttavia
nel 1940 era stata precettata come altre unità passeggeri,
convertita in trasporto truppe e inviata come appoggio alla Royal
Navy. Era stata coinvolta in vari scontri senza però riportare seri
danni. Restituita agli Stati Uniti era stata incorporata nell'US Navy, e
aveva preso parte, con onore, allo sbarco in Normandia. Ma
la prova era stata dura anche per una nave gaia e fortunata, e al ritorno
era stata posta in disarmo e ormeggiata ad un molo dimenticato del porto
di Baltimora. Qui il suo aspetto e dimesso aveva attratto l'attenzione di
alcuni personaggi che l'avevano acquistata per 60.000 dollari, prezzo
stracciato ma pur sempre un vero furto per una nave in quelle condizioni. Quello che nessuno sapeva era che i nuovi proprietari, con pochi soldi ma tante idee, erano emissari dell'Haganah, l'embrione della futura forza militare israeliana, ed avevano "solamente" l'intenzione di inviare la vecchia carretta in Europa per farle trasportare qualche migliaio di ebrei reduci dai campi di sterminio dalla Francia sino ad Haifa, porta della loro terra promessa. Senza
più Patria Fra
il 1945 e il 1946 la Germania rigurgitava di milioni di stranieri:
prigionieri di guerra, deportati, ebrei, lavoratori volontari o coatti per
l'industria bellica, profughi di ogni dove. Le autorità alleate
agevolavano il ritorno di ognuno nel proprio Paese, ma la quasi totalità
degli ebrei era o si sentiva oramai apolide, e voleva recarsi in quella
che un domani sarebbe divenuta Israele ma che allora si chiamava Palestina
ed era sotto mandato britannico. Al
che Londra aveva fissato un risibile tetto massimo per regolarizzare il
flusso di questi emigranti, ed era intenzionata
a far rispettare le sue decisioni anche con le cattive maniere. Gli
ebrei che volevano lasciare l'Europa avevano molti motivi per farlo, uno
più valido dell'altro: dalla distruzione totale di tutti i loro beni agli
orientamenti dei nuovi Governi comunisti, dall'onnipresente sentimento
antisemita di Paesi come la Polonia, che già avevano visto rinascere
l'antica piaga dei pogrom all'annoiato disinteresse di molte
autorità alleate. Chi
non era morto nei lager rischiava di far cantare il proprio kaddish
(la preghiera funebre) con i crematori ancora a vista d'occhio e a pochi
mesi dalla liberazione. Così varie organizzazioni clandestine sioniste,
affiancandosi a quelle ufficiali, avevano creato numerose vie di fuga. I
sopravvissuti erano chiamati DPs, Desplaced Persons, dall'amministrazione
alleata, ma loro, con gelido umorismo, si definivano She aerith Hapletah,
ossia, più o meno, "avanzi in fuga". Erano ospitati con ancor
più macabra ironia (anche se le necessità obbligavano a queste scelte)
in molti di quei campi appena riattati che per loro avevano avuto un
cancello per ingresso e solo un camino per uscita, come ad esempio
Bergen-Belsen. Negli
spostamenti ferroviari organizzati dalle autorità alleate, queste
mettevano a disposizione delle tradotte che non avevano molto di che
vantarsi rispetto ai vagoni piombati nazisti; è ben vero che queste
vicende si svolgevano in un Paese oltremodo devastato dalla guerra, ma è
altrettanto vero che nessuno sembrava morire dalla voglia di svenarsi per
gli "avanzi in fuga". Ma il lato peggiore della situazione era
un altro. Se i gruppi sionisti riuscivano a convogliare migliaia di persone deboli, denutrite, spesso malate e con problemi psicologici verso punti di raccolta dai quali si imbarcavano su pescherecci, vecchie carrette, mercantili strappati alla demolizione, che le trasferivano clandestinamente agli approdi sul litorale della Palestina, qualcuno non voleva che ciò accadesse. Né
onore né gloria Già
durante la guerra, mentre combatteva le forze navali dell'Asse, la Royal
Navy aveva istituito un servizio del quale nessuno di quanti ne fecero
parte potrà mai essere fiero: il controllo delle coste e il blocco navale
delle acque palestinesi per impedire gli sbarchi dalle navi clandestine,
blocco che veniva applicato con durezza e, spesso, con brutalità. In
questo scenario la President Warfield si apprestava alla grande
avventura con il nuovo equipaggio composto da 40 giovani ebrei americani,
tutti volontari comandante Thompson compreso. Acquistata
alla fine del 1946 nel giro di un mese aveva già avuto un sommario
allestimento che certo, non
aveva comunque colmato tutte le sue lacune. I profughi da trasportare ad
Haifa sarebbero stati accolti in un porto mediterraneo, ma gli
"accomodamenti" erano anche
troppo spartani a partire dalle cuccette, di dimensioni ridotte per
ospitare il massimo numero di profughi: erano larghe 45 centimetri e lo
spazio in altezza fra una e l'altra era di soli sessanta. "La mia
prima impressione fu pessima, mi sembrava di entrare in una camera a gas."
racconterà molti anni dopo Dov Freiberg, uno dei profughi. Il
18 febbraio il consolato dell'Honduras rilasciava il permesso di battere
la bandiera mercantile di quello Stato e il 24 iniziava la traversata. Ma
il giorno dopo la nave incappava in una tale tempesta da dover essere
rimorchiata nel porto di Norfolk con notevoli danni, la perdita di molte
sovrastrutture e di buona parte dei rifornimenti. A
questo punto però il Governo inglese, insospettito da indiscrezioni e
notizie della stampa, si metteva in allarme avendo compreso a quale scopo
la nave fosse destinata e per
impedirne la partenza esercitava forti pressioni su quello onduregno
affinché ritirasse la concessione della bandiera ombra. Ma anche l'Haganah
aveva i suoi informatori e il 29 febbraio, prima che qualcuno potesse
bloccare la nave, il vecchio President era nuovamente sulla rotta
dell'Europa. Questa volta però con l'Intelligence britannica alle
costole. Il
10 aprile arrivava a Marsiglia, dove il comandante lasciava la nave per
tornare indietro sostituito da Itzah "Ike" Aranowitz, un
marittimo ventitreenne appartenente all'Haganah alla prima esperienza di
imbarco come capitano; "Fui aiutato dall'incoscienza tipica di
quell'età" racconterà in seguito.
Dopo
Marsiglia era la volta del vicino Port de Bouc dove veniva fatto
rifornimento di carburante e viveri per ripartire, alla fine del mese, per
Portovenere, in Italia. Qui saliva a bordo Yossi Harel, un ufficiale
ventisettenne dell'Haganah che era, in pratica, il responsabile e
comandante dell'intera operazione. Harel non aveva la minima esperienza di
navigazione, ma era stato scelto perché conosceva bene la costa
palestinese essendo nato e cresciuto ad Haifa. La
sosta a Portovenere si protraeva a lungo sia per alcuni lavori, sia perché
l'Haganah non riusciva a far arrivare in un porto valido per l'imbarco i profughi. Per "coincidenza" la nave veniva
bloccata, da una
motocannoniera italiana che si ormeggiava davanti alla sua prora. Ma,
con sorpresa dell'equipaggio, l'11 giugno questa toglieva gli ormeggi e
Harel cogliendo la palla al balzo dava ordine di partire immediatamente,
destinazione ancora Port de Bouc, dove giungeva il 14, scortata sino al
limite delle acque territoriali italiane dalla cannoniera. Le autorità del porto dopo una visita a bordo davano le autorizzazioni per la partenza e ancora una volta la President Warfield usciva in mare per dirigere sullo scalo successivo, il porto di Séte, a poca distanza e sempre sul Golfo del Leone, dove finalmente erano stati raggiunti i necessari accordi. Così arrivata il 9 luglio, nella notte del 10 imbarcava i suoi 4.554 "ospiti" (su uno scafo lungo appena 118 metri) partendo all'una di notte alla volta di Haifa. Rotta
verso Haifa! La
vita a bordo non era un paradiso, ma la speranza nel domani sorreggeva il
morale. Non tutti vedevano un mondo grigio: Moshe e Haella Kluger ad
esempio, che erano fuggiti dalla Germania per rifugiarsi in Francia dove
si erano conosciuti, si erano appena sposati. "Era il nostro primo
viaggio, una specie di luna di miele" ricorderanno "Peccato
solo che si doveva dormire tutti insieme, centinaia di persone ammucchiate
sul ponte e nei saloni.". Per
altri come Dov Weiss che aveva perduto moglie e quattro figli ad Auschwitz,
il viaggio era solo un trasferimento per andare a morire lontano
dall'Europa. Ma vi erano anche degli idealisti come Avraham Segal, un
ebreo messicano studente a New York che, attivista sionista, aveva
partecipato alle trattative per l'acquisto della nave e su di essa si era
quindi imbarcato. Teddy
Vardi invece era un giovane marittimo di Manhattan con il sogno di
divenire attore; venne raggiunto dalla telefonata di un amico anch'egli
ebreo che chiedeva "Serve un equipaggio per una nave da mandare in
Europa. Vieni?". Andò a Baltimora e si imbarcò sulla Warfield
lasciando gli Stati Uniti; si stabilirà in Israele. Per
altri ancora come due giovanissimi profughi polacchi, Ephraim e Fira, fu
il viaggio della rinascita perché sul ponte della nave si conobbero e si
innamorarono, mentre per Hana Pinchau rappresentò l'ingresso alla vita
dato che esattamente sei settimane dopo la partenza da Séte nasceva fra
la gioia di chi era oramai abituato a vedere solo spettacoli di morte. Ma
il viaggio duro, gli spazi limitati, il cibo monotono, il caldo, l'umidità
e il mal di mare non potevano
essere mitigati dalla scarsa ora di aria sul ponte e dalla pur apprezzata
doccia di acqua di mare. Sempre Dov Freiberg ricorda "Eravamo come
pesci in scatola.". Sino a che non arrivarono i problemi
veramente seri. Si
materializzarono nelle sagome di una squadra navale britannica di sei
cacciatorpediniere e due dragamine con l'incrociatore leggero Ajax
come nave comando che da tempo seguivano la President Warfield
facendosi sempre più dappresso man mano che la Palestina si avvicinava. A
questo punto il comandante dell'Ajax iniziava a inviare messaggi di
intimazione affinché la nave interrompesse il viaggio, ma Aronowicz aveva
deciso di dirigere verso la spiaggia di Bat Yam per farvi arenare il
trasporto e non intendeva demordere. Il 17 luglio con una breve cerimonia in navigazione la vecchia President Warfield veniva ribattezzata Exodus 1947, nome sovrastato da un ingenuamente orgoglioso telone con la scritta "Haganah Ship", mentre veniva innalzata la bandiera sionista con la Stella di Davide che più tardi sarebbe divenuta quella ufficiale israeliana. I
marines all'arrembaggio In
risposta a questo atto poche ore dopo, nella notte, a oltre 20 miglia
dalle acque territoriali palestinesi gli inglesi muovevano all'assalto
abbordando Exodus con un gruppo da sbarco dei Royal Marines. I
profughi però non erano intenzionati a cedere e si difendevano lanciando
patate, bottiglie, pezzi di legno e qualsiasi corpo contundente avessero
sottomano, resistendo a tal
punto che i marines aprivano il fuoco, uccidendo il primo ufficiale
William Bernstein, un ragazzo quindicenne, Zvi Jakubowitz, un altro
passeggero, e ferendo oltre 150 persone, molte delle quali in maniera
grave. Quindi prendevano il controllo della nave. Nel
tardo pomeriggio del 18 luglio 1947 la nave dell'Haganah Exodus 1947,
la bandiera bianca e blu orgogliosamente a riva, entrava nel porto di
Haifa sotto il controllo dei cannoni inglesi. Nel
porto aveva inizio l'Operazione Oasis decisa dallo Stato Maggiore
britannico: i profughi venivano fatti sbarcare e imbarcati a forza su tre
navi-prigione: 1.464 sull'Ocean Vigour, 1.409 sulla Runnymede
Park e 1.526 sull'Empire Rival che uscivano immediatamente in
mare. Tutti pensavano che, come era già avvenuto, sarebbero stati
internati per qualche mese a Cipro quando si accorsero con costernazione
che il convoglio, scortato, faceva rotta verso l'Europa dove il 29 luglio
si fermava alla fonda davanti a Port de Bouc: quasi esattamente da dove
era partito. I
neo deportati rifiutavano di sbarcare e gli inglesi si preparavano
nuovamente a ricorrere alla forza quando le autorità francesi
dichiaravano che non lo avrebbero permesso. Erano disposte a dare asilo
solo a chi fosse sbarcato di sua volontà, ma solo 130 persone
accettavano. Così, per concludere brevemente il discorso che altrimenti ci porterebbe ad esulare dal tema iniziale, il convoglio ripartiva per sbarcare gli ex deportati...nel porto di Amburgo, dove venivano smistati in vecchi campi che avrebbero lasciato solo nel 1948, alla fine del mandato britannico in Palestina, per raggiungere finalmente la neonata Israele. Vi
fu più di un Exodus Quella
di Exodus non fu la sola vicenda del genere; altre tre unità cercarono di
portare in Palestina più di 19.000 sopravvissuti, ma anch'esse vennero
attaccate, bloccate e respinte. E
in precedenza vi erano stati episodi ben più tragici come quello della Fede,
bloccata nel 1946 nel porto italiano di La Spezia con oltre 1.000
superstiti dei Lager, che riuscì a ripartire solo dopo un duro intervento
dei portuali di Genova, di La Spezia e dei partiti del Comitato Nazionale
di Liberazione, ma soprattutto dopo la minaccia dei passeggeri che in caso
di internamento si sarebbero suicidati tutti, in gruppi di dieci al
giorno. Per
non parlare della Patria che nel 1940, ossia a guerra appena
iniziata e con la caccia all'ebreo in corso in Europa venne bloccata con
2.000 fuggiaschi ebrei ad Haifa dagli inglesi che volevano farla
proseguire per Mauritius. In un tentativo di sabotaggio andato male da
parte dell'Haganah morivano 250 profughi.
In
un cimitero a Moisling, nel nord della Germania, esiste una lapide sulla
tomba di un bambino morto di malattia dopo il re-internamento dove si
legge "Exodus - Bambino sconosciuto". Nel Campo dei
Martiri, nel cimitero di Haifa è sepolto William Bernstein con gli altri
due caduti causati dall'abbordaggio britannico. Niente di più. Nel 1951 il sindaco di Haifa decise che la nave, ancora ormeggiata in porto, sarebbe diventata un museo galleggiante dedicato a chi morì in quei pazzeschi tentativi, ma i lavori vennero rimandati a tempi più calmi; era appena terminata la prima delle tante guerre arabo israeliane e il momento era drammatico. Nell'estate successiva però la vecchia nave prese fuoco e bruciò interamente; si fece appena in tempo a rimorchiarne la chiglia fuori del porto, dove affondò e si trova tuttora sul fondale di una località chiamata Shemen.
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