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La Terra
d’Israele
La storia
d’Israele è scandita dai nomi di moltissime popolazioni - Cananei,
Egiziani, Israeliti, Assiri, Babilonesi, Persiani, Greci, Romani, Arabi,
Mamelucchi, Ottomani - e da altrettante conquiste. Secondo il censimento
della Direzione alle Antichità d’Israele, vi sono più di 14.000
siti archeologici in Israele: 42 dei quali sono stati attualmente
dichiarati Parchi Nazionali (Steiner, 1996).
Diversi
sono stati i nomi che, nel corso della sua storia millenaria, sono stati
attribuiti alla terra compresa entro i confini dell’attuale Stato
d’Israele. Il toponimo che verosimilmente rappresenta la più antica
denominazione è Canaan.
Canaan è
la "Terra Promessa" degli Ebrei che, in seguito, verrà a
coincidere - dal punto di vista geografico - con la "Terra
Santa" della tradizione cristiana. Da un punto di vista
archeologico-geografico il termine Canaan designa tutta l’area compresa
tra il Mediterraneo e i fiumi Oronte e Giordano: i Cananei furono appunto
le genti che abitarono queste terre nell’età del Bronzo, prima e fino
all’avvento d’Israele (1200 a.C. circa).
Nella
Bibbia (si vedano, tra gli altri, i passi di 1 Samuele: 13, 19; Giudici:
19, 29) la terra è già chiamata Israele. Quando, ad esempio, è
scritto "da Dan a Bersabea" (Giudici: 20,1), si vuole far
riferimento al territorio abitato dal popolo del Signore (i figli
d’Israele) nella sua estensione da nord a sud.
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Il
nome Palestina venne imposto dai Romani che, dopo la
repressione della seconda rivolta ebraica nel 135 d. C.,
proclamarono la regione "provincia romana di Syria
Palestina" e vietarono agli ebrei di entrare in
Gerusalemme, che rinominarono Aelia Capitolina.
Con il nome Palestina il territorio verrà designato fino al
termine del mandato britannico: cioè dal 1922 alla proclamazione
dello Stato d’Israele nel 1948. E tuttavia non è esatto
riferirsi come unica spartizione della Palestina a quella del
1948, affermando che Israele sorse su gran parte di essa. Infatti
la Gran Bretagna, non appena ebbe avuto il mandato, suddivise la
regione in due parti: i territori ad est del Giordano
costituirono l’emirato arabo-palestinese della Transgiordania
(che il 28 marzo 1946, con la concessione dell’indipendenza da
parte della Gran Bretagna, divenne regno di Transgiordania) e i
territori ad ovest del Giordano, chiamati Palestina Cisgiordania e
poi soltanto Palestina, sarebbero stati destinati - secondo la
dichiarazione Balfour del 1917 e le disposizioni della Società
delle Nazioni del 24 luglio 1922 - alla costituzione del focolare
nazionale ebraico (Sestieri, 1990).
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La fase
iniziale del mandato fu infatti propizia al sionismo, ma già dopo la
terza aliàh (immigrazione, letteralmente "ritorno,
ascesa") si inasprirono le norme che stabilivano le concessioni dei
permessi di immigrazione in Palestina (in violazione delle disposizioni
della Società delle Nazioni - n.d.r.). La prima aliàh
aveva infatti portato in Palestina - tra il 1882 e il 1903 - dalle 20 alle
30 mila persone, la seconda - tra il 1904 e il 1914 - aveva visto
l’ingresso di circa 40.000 immigrati, molti dei quali russi, e la terza
- tra il 1919 e il 1923 - quello di circa 35.000 persone, anche in questo
caso soprattutto russi e polacchi.
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Per
una più chiara e rapida lettura delle vicende arabo-israeliane,
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comprensione della situazione attuale nel Medio Oriente.
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La
politica inglese mutò dunque direzione: infatti mentre l’articolo 6 del
Mandato raccomandava al governo di Londra di incoraggiare
l’immigrazione ebraica, mettendo a disposizione degli immigrati
terre demaniali e zone incolte, l’amministrazione britannica - al
contrario - demandò agli arabi l’applicazione di questi provvedimenti
lasciando liberi gli effendi latifondisti di continuare a speculare
sulla cessione dei loro terreni privati (Kimmerling, Migdal, 1994).
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Alla
Conferenza della Pace di Parigi del 1919, che assegna alla
Francia i mandati su Siria e Libano, e alla Gran Bretagna
i mandati su Palestina e Iraq, l'Emiro Feisal
(riconosciuto da tutto il mondo arabo come un suo
leader autorevole) chiede l'indipendenza per tutte
le popolazioni arabe a Sud della linea Alessandretta -
Diarbekir con la creazione di un solo stato arabo sovrano.
Contemporaneamente, il 3 gennaio 1919 nell'ambito di tale
Conferenza internazionale l'Emiro Feisal firma un accordo
con il leader sionista Weizmann. In questo accordo vengono
fissati i confini della Palestina e si concordano le
modalità con cui dare esecuzione alla Dichiarazione
Balfour (con la quale la Gran Bretagna riconosceva il
diritto degli ebrei ad avere un focolare nazionale in
Palestina).
Feisal e Weizmann concordano sull'utilità di incoraggiare
l'immigrazione ebraica in Palestina, e sulla necessità di
porre i luoghi santi musulmani sotto controllo arabo. In
una sua lettera personale a Weizmann, Feisal riconosce la
legittimità delle aspirazioni sioniste ed auspica piena
collaborazione fra ebrei ed arabi in Palestina, dando il
benvenuto al "ritorno" degli ebrei nella loro
terra.
(leggi
il testo dell'accordo del 3 gennaio 1919
e il carteggio fra Feisal e Wiezmann)
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Nell’agosto del 1929 i musulmani della regione lanciarono un
"appello alla guerra santa contro gli ebrei" che sfociò
in veri e propri pogrom (massacri) nei quartieri ebraici di
Gerusalemme, Safed, Tiberiade ed Hebron. Tali pogrom preannunciarono
gli atti terroristici arabo-palestinesi della "grande rivolta
araba" del 1936-39, nei quali morirono 517 ebrei (Codovini,
1999). Nel frattempo, nel 1930, le autorità mandatarie
britanniche avevano stabilito che il Kotel (detto anche muro
del pianto o muro occidentale) costituiva parte integrante
dell’Haram Al-Sharif ed era di esclusiva proprietà
islamica. Agli ebrei venne proibito di portare panche, sedie,
tappeti e paraventi davanti al muro e persino di suonare il tipico
corno d’ariete, lo shofar, che si adopera durante le
feste di Rosh-haShanà e di Kippur (Pieraccioni, 1997).
Nel
marzo del 1939 (intanto in Europa erano già cominciate le atrocità
naziste e le persecuzioni degli ebrei) la Gran Bretagna convocò a
Londra una conferenza per discutere il futuro assetto della
Palestina: conferenza resa però impossibile dal rifiuto arabo di
sedersi allo stesso tavolo con Weizmann e Ben Gurion (Barnavi,
1998).
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Venne comunque deciso, due mesi dopo, di limitare
l’immigrazione ebraica in Palestina a non più di 75.000 persone
nell’arco di cinque anni e di sottoporre ogni decisione al
consenso degli arabi (Balbi, 1983).
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Lo scoppio della seconda guerra mondiale vide
gli ebrei di Palestina unirsi, tra il 1940-45, alle forze alleate
nella lotta contro i nazisti. Mentre nel solo primo mese di guerra
ben 119.000 ebrei palestinesi, su una popolazione di mezzo
milione, si arruolarono in unità speciali a fianco degli Alleati,
nel 1940 il gran
muftì Haj Amin al-Husseini (zio di Yasser Arafat) e il
filo-nazista Rashid Alì si misero a capo di uno schieramento
arabo fiancheggiatore della Germania nazista. Un’unità
araba divenne parte della Wehrmacht e ben 20.000
musulmani vennero inseriti nella divisione delle SS islamiche
della Bosnia (Coen, 1991).
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Sullo stendardo a destra:
"Lunga vita a Hitler"; a sinistra:
"Il penny che l'ebreo guadagna servirà a
comprare la tua terra" (Zionism Tested in
Action, 1914 - 1939, 1984, p. 171)
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Nel
1940 il Comitato per il coordinamento della Politica Araba,
che riunisce i maggiori stati arabi, propone
all'ambasciatore nazista von Papen il riconoscimento del
primato tedesco-italiano nel Mediterraneo e un trattato di
alleanza con i regimi nazista e fascista, in cambio del
riconoscimento del diritto degli stati arabi di
"sistemare la questione relativa agli ebrei...
conformemente alla politica perseguita in Germania ed in
Italia per risolvere
il problema ebraico".
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Terminata la guerra, il
mondo si trovò di fronte alla tragedia ebraica della Shoà con oltre sei
milioni di ebrei massacrati (di cui circa un milione e mezzo erano bambini
al di sotto dei 15 anni).
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Dopo
la Shoà, niente avrebbe potuto essere come prima: nemmeno la
questione ebraica. I superstiti dei lager non si fidavano più del
mondo intero, dell’umanità e delle sue promesse. Per gli ebrei
era fondamentale, affinché il male non si ripetesse più, uno
Stato che fosse soltanto loro, proprio come aveva preconizzato Theodor
Herzl fin dal 1895. Tuttavia nel 1945, tre mesi dopo la
vittoria degi Alleati in Europa, numerosi ebrei vivevano ancora
sotto sorveglianza dietro il filo spinato nei campi costruiti dai
tedeschi e quasi tutti volevano recarsi in Palestina. Ma,
nonostante i battaglioni della "Brigata palestinese
ebraica" avessero combattuto al fianco delle armate inglesi, la
Gran Bretagna appoggiò il rifiuto espresso dalla Lega Araba
(Balbi, 1983).
Il
26 giugno 1946 forze britanniche invasero l’Agenzia Ebraica di
Gerusalemme, confiscarono tutti i documenti, arrestarono
2500 persone e ne giustiziarono sette. La risposta fu
altrettanto decisa: il 22 luglio 1946, dopo un avvertimento, l’Irgun
fece saltare un’ala dell’Hotel King David, sede del quartier
generale britannico (90 i morti). Tale era il clima di
violenza che la sera stessa soldati inglesi, percorrendo in auto
le vie di Tel Aviv, spararono sui passanti, causando cinque morti
e ventiquattro feriti.
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LO
STERMINIO DEGLI EBREI 1939 - 1945
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| Austria |
70.000 |
| Belgio |
24.000 |
| Cecoslovacchia |
277.000 |
| Danimarca |
120 |
| Estonia |
1.000 |
| Francia |
83.000 |
| Germania |
125.000 |
| Grecia |
65.000 |
| Italia |
7.500 |
| Jugoslavia |
60.000 |
| Lussemburgo |
700 |
| Norvegia |
868 |
| Olanda |
106.000 |
| Polonia,
Lettonia, Lituania e URSS |
4.565.000 |
| Romania |
264.000 |
| Ungheria |
300.000 |
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Il
governo inglese decise allora di internazionalizzare la questione
sottoponendola all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: era il 20
aprile 1947. Nacque così l’UNSCOP, una commissione composta da undici
Stati (Australia, Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Iugoslavia, India,
Iran, Paesi Bassi, Perù, Svezia, Uruguay), incaricata di indagare sulla
situazione della Palestina.
L’Unscop
assistette, tra l’altro, al drammatico episodio della nave Exodus:
4.500 ex deportati, tra cui 950 bambini, furono costretti dalla
marina inglese, dopo una lunga controversia e scandalose peripezie
durate quasi due mesi, a far ritorno ad Amburgo, dove furono di nuovo
rinchiusi nei "campi" della zona di occupazione britannica (Coen,
1991).
Il 1
settembre 1947, l’Unscop rese pubblico il rapporto conclusivo:
proponeva, a maggioranza di sette membri su undici (tre su undici membri
proposero uno stato federale, mentre l’Australia si astenne), la fine
del Mandato Britannico in Palestina e presentava un piano di
spartizione del paese in due stati indipendenti e sovrani, uno arabo e uno
ebraico, seppure integrati in una unione economica, con Gerusalemme posta
sotto un’amministrazione internazionale da parte dell’ONU, affinché
ne salvaguardasse il carattere di città sacra alle tre religioni.
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Immediata
fu la reazione araba: il Comitato Arabo (che era espressione dei
principali movimenti politici degli Arabi di Palestina) e i
governi dei paesi arabi respinsero incondizionatamente la proposta
delle Nazioni Unite, esprimendo la loro avversione alla
fondazione di uno Stato ebraico in Palestina, contro il quale si
sentivano autorizzati a usare violenza (Martin, 1973; Colombo,
1992).
Il
29 novembre 1947, alla seconda sessione dell’Assemblea
generale delle Nazioni Unite, il piano di spartizione (Risoluzione
O.N.U. n. 181) fu accettato con 33 voti favorevoli, contro
13 contrari e 10 astensioni (tra cui la Gran Bretagna). I
delegati arabi lasciarono la sala sostenendo che la risoluzione
era senza valore: non riuscivano infatti a capire perché il 37%
della popolazione avesse ottenuto il 55% del territorio.
L’8
dicembre 1947, al Cairo, la Lega Araba dichiarò la
"guerra santa" contro il futuro Stato ebraico (Golan,
1997). Il 31 dicembre 1947, alle Raffinerie di Haifa, furono
uccisi 39 ebrei dai loro colleghi arabi, il 22 febbraio 1948 più
di 50 ebrei vennero uccisi a Gerusalemme da un autocarro carico di
dinamite, l’11 marzo 1948 una bomba scoppiò nel cortile
dell’Agenzia Ebraica provocando 13 morti e 40 feriti (Eban,
1972, Minerbi, 1998).
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