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Notizie

30/01/2005   -   tratto da libero.it 

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La Terra d’Israele

La storia d’Israele è scandita dai nomi di moltissime popolazioni - Cananei, Egiziani, Israeliti, Assiri, Babilonesi, Persiani, Greci, Romani, Arabi, Mamelucchi, Ottomani - e da altrettante conquiste. Secondo il censimento della Direzione alle Antichità d’Israele, vi sono più di 14.000 siti archeologici in Israele: 42 dei quali sono stati attualmente dichiarati Parchi Nazionali (Steiner, 1996).

Diversi sono stati i nomi che, nel corso della sua storia millenaria, sono stati attribuiti alla terra compresa entro i confini dell’attuale Stato d’Israele. Il toponimo che verosimilmente rappresenta la più antica denominazione è Canaan.

Canaan è la "Terra Promessa" degli Ebrei che, in seguito, verrà a coincidere - dal punto di vista geografico - con la "Terra Santa" della tradizione cristiana. Da un punto di vista archeologico-geografico il termine Canaan designa tutta l’area compresa tra il Mediterraneo e i fiumi Oronte e Giordano: i Cananei furono appunto le genti che abitarono queste terre nell’età del Bronzo, prima e fino all’avvento d’Israele (1200 a.C. circa).

Nella Bibbia (si vedano, tra gli altri, i passi di 1 Samuele: 13, 19; Giudici: 19, 29) la terra è già chiamata Israele. Quando, ad esempio, è scritto "da Dan a Bersabea" (Giudici: 20,1), si vuole far riferimento al territorio abitato dal popolo del Signore (i figli d’Israele) nella sua estensione da nord a sud.

Il nome Palestina venne imposto dai Romani che, dopo la repressione della seconda rivolta ebraica nel 135 d. C., proclamarono la regione "provincia romana di Syria Palestina" e vietarono agli ebrei di entrare in Gerusalemme, che rinominarono Aelia Capitolina.
Con il nome Palestina il territorio verrà designato fino al termine del mandato britannico: cioè dal 1922 alla proclamazione dello Stato d’Israele nel 1948. E tuttavia non è esatto riferirsi come unica spartizione della Palestina a quella del 1948, affermando che Israele sorse su gran parte di essa. Infatti la Gran Bretagna, non appena ebbe avuto il mandato, suddivise la regione in due parti: i territori ad est del Giordano costituirono l’emirato arabo-palestinese della Transgiordania (che il 28 marzo 1946, con la concessione dell’indipendenza da parte della Gran Bretagna, divenne regno di Transgiordania) e i territori ad ovest del Giordano, chiamati Palestina Cisgiordania e poi soltanto Palestina, sarebbero stati destinati - secondo la dichiarazione Balfour del 1917 e le disposizioni della Società delle Nazioni del 24 luglio 1922 - alla costituzione del focolare nazionale ebraico (Sestieri, 1990).

La fase iniziale del mandato fu infatti propizia al sionismo, ma già dopo la terza aliàh (immigrazione, letteralmente "ritorno, ascesa") si inasprirono le norme che stabilivano le concessioni dei permessi di immigrazione in Palestina (in violazione delle disposizioni della Società delle Nazioni - n.d.r.). La prima aliàh aveva infatti portato in Palestina - tra il 1882 e il 1903 - dalle 20 alle 30 mila persone, la seconda - tra il 1904 e il 1914 - aveva visto l’ingresso di circa 40.000 immigrati, molti dei quali russi, e la terza - tra il 1919 e il 1923 - quello di circa 35.000 persone, anche in questo caso soprattutto russi e polacchi.  

Per una più chiara e rapida lettura delle vicende arabo-israeliane, si consiglia vivamente la visione della presentazione: http://www.conceptwizard.com/itl/con_itl.html creata da un gruppo di volontari per promuovere una migliore comprensione della situazione attuale nel Medio Oriente.

La politica inglese mutò dunque direzione: infatti mentre l’articolo 6 del Mandato raccomandava al governo di Londra di incoraggiare l’immigrazione ebraica, mettendo a disposizione degli immigrati terre demaniali e zone incolte, l’amministrazione britannica - al contrario - demandò agli arabi l’applicazione di questi provvedimenti lasciando liberi gli effendi latifondisti di continuare a speculare sulla cessione dei loro terreni privati (Kimmerling, Migdal, 1994).

Alla Conferenza della Pace di Parigi del 1919, che assegna alla Francia i mandati su Siria e Libano, e alla Gran Bretagna i mandati su Palestina e Iraq, l'Emiro Feisal (riconosciuto da tutto il mondo arabo come un suo  leader autorevole) chiede l'indipendenza per tutte le popolazioni arabe a Sud della linea Alessandretta - Diarbekir con la creazione di un solo stato arabo sovrano.
Contemporaneamente, il 3 gennaio 1919 nell'ambito di tale Conferenza internazionale l'Emiro Feisal firma un accordo con il leader sionista Weizmann. In questo accordo vengono fissati i confini della Palestina e si concordano le modalità con cui dare esecuzione alla Dichiarazione Balfour (con la quale la Gran Bretagna riconosceva il diritto degli ebrei ad avere un focolare nazionale in Palestina).
Feisal e Weizmann concordano sull'utilità di incoraggiare l'immigrazione ebraica in Palestina, e sulla necessità di porre i luoghi santi musulmani sotto controllo arabo. In una sua lettera personale a Weizmann, Feisal riconosce la legittimità delle aspirazioni sioniste ed auspica piena collaborazione fra ebrei ed arabi in Palestina, dando il benvenuto al "ritorno" degli ebrei nella loro terra.

(leggi il testo dell'accordo del 3 gennaio 1919
e il carteggio fra Feisal e Wiezmann)



Nell’agosto del 1929 i musulmani della regione lanciarono un "appello alla guerra santa contro gli ebrei" che sfociò in veri e propri pogrom (massacri) nei quartieri ebraici di Gerusalemme, Safed, Tiberiade ed Hebron.
Tali pogrom preannunciarono gli atti terroristici arabo-palestinesi della "grande rivolta araba" del 1936-39, nei quali morirono 517 ebrei (Codovini, 1999). Nel frattempo, nel 1930, le autorità mandatarie britanniche avevano stabilito che il Kotel (detto anche muro del pianto o muro occidentale) costituiva parte integrante dell’Haram Al-Sharif ed era di esclusiva proprietà islamica. Agli ebrei venne proibito di portare panche, sedie, tappeti e paraventi davanti al muro e persino di suonare il tipico corno d’ariete, lo shofar, che si adopera durante le feste di Rosh-haShanà e di Kippur (Pieraccioni, 1997).

Nel marzo del 1939 (intanto in Europa erano già cominciate le atrocità naziste e le persecuzioni degli ebrei) la Gran Bretagna convocò a Londra una conferenza per discutere il futuro assetto della Palestina: conferenza resa però impossibile dal rifiuto arabo di sedersi allo stesso tavolo con Weizmann e Ben Gurion (Barnavi, 1998). 

Venne comunque deciso, due mesi dopo, di limitare l’immigrazione ebraica in Palestina a non più di 75.000 persone nell’arco di cinque anni e di sottoporre ogni decisione al consenso degli arabi (Balbi, 1983).

Lo scoppio della seconda guerra mondiale vide gli ebrei di Palestina unirsi, tra il 1940-45, alle forze alleate nella lotta contro i nazisti. Mentre nel solo primo mese di guerra ben 119.000 ebrei palestinesi, su una popolazione di mezzo milione, si arruolarono in unità speciali a fianco degli Alleati, nel 1940 il gran muftì Haj Amin al-Husseini (zio  di Yasser Arafat) e il filo-nazista Rashid Alì si misero a capo di uno schieramento arabo fiancheggiatore della Germania nazista. Un’unità araba divenne parte della Wehrmacht e ben 20.000 musulmani vennero inseriti nella divisione delle SS islamiche della Bosnia (Coen, 1991).

Sullo stendardo a destra: "Lunga vita a Hitler"; a sinistra: "Il penny che l'ebreo guadagna servirà a comprare la tua terra" (Zionism Tested in Action, 1914 - 1939, 1984, p. 171) 

Nel 1940 il Comitato per il coordinamento della Politica Araba, che riunisce i maggiori stati arabi, propone all'ambasciatore nazista von Papen il riconoscimento del primato tedesco-italiano nel Mediterraneo e un trattato di alleanza con i regimi nazista e fascista, in cambio del riconoscimento del diritto degli stati arabi di "sistemare la questione relativa agli ebrei... conformemente alla politica perseguita in Germania ed in Italia per  risolvere il problema ebraico".


Terminata la guerra, il mondo si trovò di fronte alla tragedia ebraica della Shoà con oltre sei milioni di ebrei massacrati (di cui circa un milione e mezzo erano bambini al di sotto dei 15 anni).

 

Dopo la Shoà, niente avrebbe potuto essere come prima: nemmeno la questione ebraica. I superstiti dei lager non si fidavano più del mondo intero, dell’umanità e delle sue promesse. Per gli ebrei era fondamentale, affinché il male non si ripetesse più, uno Stato che fosse soltanto loro, proprio come aveva preconizzato Theodor Herzl fin dal 1895. Tuttavia nel 1945, tre mesi dopo la vittoria degi Alleati in Europa, numerosi ebrei vivevano ancora sotto sorveglianza dietro il filo spinato nei campi costruiti dai tedeschi e quasi tutti volevano recarsi in Palestina. Ma, nonostante i battaglioni della "Brigata palestinese ebraica" avessero combattuto al fianco delle armate inglesi, la Gran Bretagna appoggiò il rifiuto espresso dalla Lega Araba (Balbi, 1983).

Il 26 giugno 1946 forze britanniche invasero l’Agenzia Ebraica di Gerusalemme, confiscarono tutti i documenti, arrestarono 2500 persone e ne giustiziarono sette. La risposta fu altrettanto decisa: il 22 luglio 1946, dopo un avvertimento, l’Irgun fece saltare un’ala dell’Hotel King David, sede del quartier generale britannico (90 i morti). Tale era il clima di violenza che la sera stessa soldati inglesi, percorrendo in auto le vie di Tel Aviv, spararono sui passanti, causando cinque morti e ventiquattro feriti.

LO STERMINIO DEGLI EBREI 1939 - 1945

Austria 70.000
Belgio 24.000
Cecoslovacchia 277.000
Danimarca 120
Estonia 1.000
Francia 83.000
Germania 125.000
Grecia 65.000
Italia 7.500
Jugoslavia 60.000
Lussemburgo 700
Norvegia 868
Olanda 106.000
Polonia, Lettonia, Lituania e URSS 4.565.000
Romania 264.000
Ungheria 300.000

Il governo inglese decise allora di internazionalizzare la questione sottoponendola all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: era il 20 aprile 1947. Nacque così l’UNSCOP, una commissione composta da undici Stati (Australia, Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Iugoslavia, India, Iran, Paesi Bassi, Perù, Svezia, Uruguay), incaricata di indagare sulla situazione della Palestina.

L’Unscop assistette, tra l’altro, al drammatico episodio della nave Exodus: 4.500 ex deportati, tra cui 950 bambini, furono costretti dalla marina inglese, dopo una lunga controversia e scandalose peripezie durate quasi due mesi, a far ritorno ad Amburgo, dove furono di nuovo rinchiusi nei "campi" della zona di occupazione britannica (Coen, 1991).

Il 1 settembre 1947, l’Unscop rese pubblico il rapporto conclusivo: proponeva, a maggioranza di sette membri su undici (tre su undici membri proposero uno stato federale, mentre l’Australia si astenne), la fine del Mandato Britannico in Palestina e presentava un piano di spartizione del paese in due stati indipendenti e sovrani, uno arabo e uno ebraico, seppure integrati in una unione economica, con Gerusalemme posta sotto un’amministrazione internazionale da parte dell’ONU, affinché ne salvaguardasse il carattere di città sacra alle tre religioni.

Immediata fu la reazione araba: il Comitato Arabo (che era espressione dei principali movimenti politici degli Arabi di Palestina) e i governi dei paesi arabi respinsero incondizionatamente la proposta delle Nazioni Unite, esprimendo la loro avversione alla fondazione di uno Stato ebraico in Palestina, contro il quale si sentivano autorizzati a usare violenza (Martin, 1973; Colombo, 1992).

Il 29 novembre 1947, alla seconda sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il piano di spartizione (Risoluzione O.N.U. n. 181) fu accettato con 33 voti favorevoli, contro 13 contrari e 10 astensioni (tra cui la Gran Bretagna). I delegati arabi lasciarono la sala sostenendo che la risoluzione era senza valore: non riuscivano infatti a capire perché il 37% della popolazione avesse ottenuto il 55% del territorio.

L’8 dicembre 1947, al Cairo, la Lega Araba dichiarò la "guerra santa" contro il futuro Stato ebraico (Golan, 1997). Il 31 dicembre 1947, alle Raffinerie di Haifa, furono uccisi 39 ebrei dai loro colleghi arabi, il 22 febbraio 1948 più di 50 ebrei vennero uccisi a Gerusalemme da un autocarro carico di dinamite, l’11 marzo 1948 una bomba scoppiò nel cortile dell’Agenzia Ebraica provocando 13 morti e 40 feriti (Eban, 1972, Minerbi, 1998).