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25 settembre 2004 - di M. Di Schiena
IL MOVIMENTO PER LA PACE ED IL DRAMMA DELLE DUE SIMONE La situazione irachena ha raggiunto in questi giorni i
massimi livelli dell’odio e dell’orrore divenendo un focolaio di
estremo pericolo per le sorti dell’intera umanità. Ma non sembra che i
signori della guerra e del terrorismo se ne rendano conto, gli uni e gli
altri pervasi e sospinti verso disastrose derive dalla folle ricerca di
impossibili vittorie. Il dramma delle due Simone, che si consuma in questo
quadro di disumane violenze, dovrebbe essere vissuto, anche da noi
italiani che ne siamo particolarmente colpiti, con la consapevolezza che
esso fa parte di una immane tragedia, di un disastro che si allarga giorno
dopo giorno e di un dolore diffuso che si sta trasformando in una vera e
propria sofferenza universale. Con una consapevolezza quindi che ci
dovrebbe spingere a fare unità per chiedere con più forza la fine dei
bombardamenti e degli atti terroristici, il ritiro delle truppe di
occupazione, il rispetto dei diritti umani, la liberazione dei sequestrati
e l’avvio di un autonomo cammino di pacificazione e di ricostruzione da
parte del popolo iracheno favorito dalle Nazioni Unite e senza
interferenze delle forze occupanti. Così però non è per consistenti settori del mondo
politico e molti commentatori. La dolorosa vicenda delle due volontarie
italiane sta infatti fornendo ai sostenitori della guerra preventiva
l’occasione per mettere una pietra sulle responsabilità di chi ha
voluto l’insensato intervento armato i cui effetti di allargamento e di
potenziamento del terrorismo sono sotto gli occhi di tutti. Ma c’è di
più e cioè che disinvoltamente si continuano ad accantonare le voci di
dissenso ed anche le dure (pur se tardive) parole del segretario generale
dell’Onu Kofi Annan sulla illegalità della guerra irachena perché si
vuole perseverare nell’errore rievocando lo scontro di civiltà,
disconoscendo che la guerra ed il terrorismo sono le tragiche facce di una
stessa medaglia, cercando di far passare le ragioni della guerra
attraverso pretese unità nazionali per la lotta contro il terrorismo e
riducendo il disastro iracheno ad una questione militare fino alla
richiesta, da taluno disinvoltamente avanzata, di portare da trecentomila
ad almeno un milione di uomini la forza dei contingenti di occupazione per
stroncare (con un genocidio?) la ribellione locale. Un escalation di
follia che non sembra davvero avere fine. C’è però una speranza ed è quella che il mondo
non è solo nelle mani dei guerrafondai e dei terroristi perché ci sono
crescenti moltitudini di uomini e donne che «ripudiano» la guerra, che
rifiutano la violenza comunque etichettata, che guardano al diritto come
ad una irrinunciabile conquista che ha illuminato il cammino della civiltà
dal codice di Hammurabi di 3.000 anni fa (citato da Kofi Annan) fino alla
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e alle più avanzate
costituzioni moderne. Donne e uomini che rilanciano il principio del
diritto all’autodeterminazione dei popoli e sono convinti che la
democrazia si costruisce con la giustizia e la si esporta non con le bombe
per impossessarsi del petrolio ma col confronto e nel rispetto delle
diverse culture per stabilire rapporti di solidarietà e di
collaborazione. C’è allora una sola via che può dare speranza e
futuro all’umanità ed è quella indicata dal movimento per la pace e da
tutte le forze che in esso si riconoscono. Il mondo non ha bisogno di
coloro che lo vogliono dominare col neo-colonialismo economico, con la
globalizzazione del profitto, con le guerre preventive, i protettorati
camuffati ed i governi fantoccio. Così come non ha bisogno degli
strateghi del terrore che aggiungono ingiustizia ad ingiustizia ed orrore
ad orrore finendo così per fare il gioco dei loro pretesi nemici. Gli uni
e gli altri si somigliano perché disattendono i dettami della ragione,
feriscono i più elementari sentimenti di umanità, distruggono la
politica, calpestano il diritto, globalizzano la barbarie. E si somigliano
anche perché né gli uni né gli altri mettono in discussione l’attuale
assetto dell’economia mondiale nel quale ci guazzano, un modello che sta
facendo crescere la ricchezza dei ricchi e la povertà dei poveri, sempre
più destinati questi ultimi a dilatare l’aria dell’emarginazione
sociale e ad infoltire, gli uni contro gli altri armati, gli eserciti di
guerra e le formazioni terroristiche. Sono queste le ragioni per le quali i pacifisti - ne
prenda nota l’on.le Fini - non si lavano le mani alla Pilato ma lottano
con rinnovata energia contro la guerra e contro il terrorismo, due nemici
della civiltà che si alimentano a vicenda, che puntano tutte le loro
carte sulla violenza e che hanno interesse a lasciare il mondo così
com’è perché sanno bene che un «altro mondo possibile» segnerebbe la
fine dei loro nefasti poteri. Ecco perché gli uomini di pace, i pacifisti
o comunque li si voglia chiamare sono oggi ovunque nel mirino di
guerrafondai e di terroristi, con attacchi certo di gravità diversa e
rapportati ai diversi contesti sociali e politici e alle diverse
situazioni ambientali. |
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