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NOTIZIE

 

19 settembre 2004 - Dalla rivista "Consumatori" sett. 04 - di G. Floris

 

                                                     

MA I CONTI PUBBLICI SONO DI DESTRA O DI SINISTRA?

 

I conti pubblici sono di destra o di sinistra? Quando autorevoli esponenti del centrodestra citano l'ex presidente Usa Ronald Regan spiegando che "il debito pubbli­co è abbastanza grande per badare a se stesso" dicono una cosa di destra o dicono uno sproposito? A riguardo bisogna chiarirsi un po' le idee, e, per farlo, bisogna partire da lontano. I manuali definiscono "libera­le" un sistema in cui lo Stato riduce la gestione dei servi­zi al minimo essenziale (difesa, imposizione fiscale, sicu­rezza interna). Alla base della teoria liberale c'è la convinzione che i privati possano fare meglio dello Stato, e a costi più bassi. I critici di questa impostazione pro­pongono per la politica un ruolo (quantomeno) calmieratore, e sostengono che le categorie più deboli non sono tutelate dallo stato liberale, dove vige la legge della giun­gla: il libero gioco della domanda e dell'offerta fa sì che il più forte sbrani il più debole.

Questa discussione, in corso più o meno dal diciottesimo secolo, non contempla un terzo scenario. È infatti possibi­le allargare la presenza dello Stato (interventismo) e al contempo ridurre la difesa delle classi più deboli e dei po­veri. In altri termini, è possibile coniugare i difetti del libe­ralismo e dell'interventismo. Si ottiene così una crescita bassa e una protezione sociale scarsa. È evidente che un simile esito non può essere intenzionale. Nessun governo può porsi come obiettivo una riduzione della crescita e un aumento della povertà. Il fatto che non sia un obiettivo non vuoi dire, ovviamente, che non possa succedere. Ma andiamo avanti per gradi. Quali sono battaglie "libe­rali" in economia?

Ad esempio sarebbero battaglie liberali le privatizzazioni e le liberalizzazioni dei servizi pubblici. In Italia il mini­stro del Tesoro è seduto su una montagna di miliardi. Domenico Siniscalco è a capo di un ministero che, nono­stante il massiccio programma di privatizzazioni guidato dall'ex direttore generale del Tesoro Mario Draghi negli anni che hanno preceduto il governo Berlusconi, possie­de ancora partecipazioni per miliardi di euro. Le più im­portanti sono: il 60% di Enel, che vale ai prezzi di oggi 24 miliardi di euro; il 30% di Eni, 20 miliardi; il 32% di Finmeccanica, 1,5 miliardi; il 62% di Alitalia, 550 milio­ni. Totale: più o meno 45 miliardi di euro, o se volete 90.000 miliardi di vecchie lire.

E questo senza contare gli asset non quotati: quanti mi­liardi valgono ad esempio le poste o le ferrovie? E allora ecco la domanda finale: un liberale disposto allo scontro frontale, di principio più che di sostanza, col sindacato per eliminare l'articolo 18, e che nello stesso tempo resta tranquillamente seduto su 45 miliardi di partecipazioni statali, che liberale è? Un governo liberale punterebbe a far ucire lo Stato dalla gestione delle impresa. Invece, i fatti dimostrano che l'uscita dal mercato non è una priorità per il Governo. Niente di male, ma basta dirlo.

Serve una mano per salvare Alitalia? È pronta Fintecna, 100% Tesoro. C'è bisogno di capitali per promuovere la spa Ponte sullo Stretto (di Messina)? Si fa avanti Fintec­na. Lo Stato vuole che le aste immobiliari di Scip 2 non vadano deserte? Spunta Fintecna, che acquista edifici e palazzi pubblici (forzando un po' potremmo dire che il Tesoro vende case al Tesoro, o se preferite che il Tesoro compra le case del Tesoro).'E pensare che Fintecna è la società che avrebbe dovuto liquidare le partecipazioni storiche dell'Iri!

In queste politiche si distinguono liberali e interventi­sti. Non nella gestione dei conti pubblici. Il risanamen­to dei conti pubblici non è una battaglia liberale, né di stampo interventista, né di carattere "sociale". È l'unica premessa sulla cui base un governo può perseguire il bene comune dei cittadini.

Se i conti non sono a posto non ha senso diminuire le tasse, né alzarle, né lasciarle invariate. Non ha senso proporsi obiettivi politici, perché, nel medio periodo, ogni proposito risulterà vano. L'ex ministro del Tesoro Tremonti, insediandosi nel 2001 a via XX settembre, aveva spiegato (con grafici e tabelle, davanti alle tv) che avrebbe riportato il bilancio in pareggio entro il 2003. Il 2003 si è chiuso con un deficit pari al 2,4% del PIL, cioè circa 30 miliardi di euro. Le previsioni ottimistiche sono sostanzialmente costate il posto a Giulio Tremonti, sosti­tuito dal professor Siniscalco, che sembra avere sulle vi­cende dei conti pubblici un approccio più... cauto. La realtà è che non si dovrebbero fare battaglie di prin­cipio sulla gestione dei conti comuni. Solo una volta che la cassa è in equilibrio ci si può dividere su come spendere.