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SE
IL DON VESTE E MANGIA MALE: "REVERENDO, NON SI TRASCURI"
Canoniche
brutte, abiti trasandati, pranzi veloci, mai tempo per leggere e riposare.
Enzo Bianchi ammonisce i preti ad aver più cura di sé stessi Sennò sono
«eretici»
Preti
stanchi, trasandati, frettolosi, che abitano in case brutte, leggono poco
o punto, vestono male, mangiano in fretta o troppo, non riposano mai:
insomma sacerdoti che non hanno cura della propria persona.
«Ama il prossimo tuo come te stesso»: ma com'è possibile credere che la
prima parte dell'equivalenza sia vera, constatando che la seconda non
viene osservata neppure da chi la enuncia dal pulpito? Quanto clero,
infatti, non «ama se stesso»... E, sotto il pretesto di una vita
spirituale e pastorale tanto intensa da non lasciare nemmeno un minuto per
le esigenze proprie (c'è stata e ancora sussiste una corrente
pseudo-ascetica secondo la quale tale atteggiamento sarebbe meritorio), si
lascia andare per una china di penoso degrado umano.
Lo denuncia ora Enzo Bianchi, il priore di Bose che - a furia di girare
l'Italia (e non solo) in qualità d'«esperto» convocato dai vescovi
nonché, lui laico, come direttore spirituale di preti - ha indirizzato Ai
presbiteri una breve lettera-opuscolo (Edizioni Qiqajon, pp. 76, euro
5) che non solo mette il dito nella pentola delle cucine parrocchiali, ma
lo passa anche sulla polvere dell'incuria accumulata in troppe canoniche.
«Oggi - scrive il monaco - non è solo il problema del ministero
sovraccarico di impegni e incombenze che grava sulla vita dei presbiteri:
è anche e soprattutto questione di una cattiva qualità di vita umana. Si
pensi semplicemente ai rapporti e ai bisogni primari che un uomo vive: la
casa, il cibo, il vestito».
«La casa del presbitero sovente è inospitale, è uno spazio in cui non
ci si reca volentieri, che non "canta la vita". Il cibo, poi, in
quale contesto è assunto? Se il mangiare non è solo sostentamento, ma
occasione di cultura, oggi il presbitero può dirsi sempre capace di
viverlo con una logica cristiana che è innanzitutto eucaristica? E che
dire del vestito? Il vestito è il primo linguaggio con cui una persona
comunica ciò che è. Per questo Gerolamo suggeriva ai presbiteri di
fuggire l'eleganza e la ricercatezza, ma anche la sciatteria e la
negligenza».
Invece sembra quasi che il sacerdote trasandato sia più «vicino agli
ultimi». Le "perpetue" scarseggiano, e si vede; però si nota
pure quanto manchi la delicatezza di una mano qualsiasi «che vuol bene»
al suo prete, così come a quest'ultimo difetta forse l'umiltà di «lasciarsi
fare» dagli amici laici.
Bianchi critica ancora nel clero fretta ed eccesso d'impegni: «Ci sono
priorità da stabilire... Occorre constatare con realismo che, se non si
prega al sorgere del sole, le urgenze e la molteplicità delle azioni cui
si è chiamati durante la giornata rischiano di precludere tout court
la possibilità di pregare. Inoltre, durante il giorno si è sottoposti
all'umanissima esigenza di riposare, di beneficiare del balsamo del
silenzio e della solitudine». Non solo: «Occorre ribadire che un
presbitero privo di una vita intellettuale, cioè in primo luogo incapace
di assiduità alla lettura, avanza a grandi passi verso la decadenza
spirituale».
Il priore di Bose cita un documento dei vescovi tedeschi del 1992 in cui
si esalta la «spiritualità del dire di no» alle esagerate richieste
della gente e riporta una raccomandazione di san Carlo Borromeo (non certo
un lassista): «Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la
cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga
nulla di te a te stesso». Poi rincara di suo: «No, nessuno può
giustificarsi dicendo: "Ho troppo da fare per gli altri per poter
pensare a me stesso!", perché chi dice questo, prima o poi trascurerà
il suo ministero non riuscendo più ad essere all'altezza della situazione».
Il rischio è umano, ancor prima che pastorale: «Sovente nell'ambito di
coloro che esercitano funzioni ministeriali nella Chiesa si deve
constatare una scarsa attenzione alle virtù, non quelle teologali, ma
quelle umane. Si ha la sensazione che il ministero diventi un paravento
per evitare di misurarsi con valori essenziali per lo sviluppo e la
crescita di una personalità». Se dietro non c'è addirittura una vecchia
eresia: «Una patologia in fondo docetica, perché non riconosce la bontà
della realtà... Come se Cristo fosse venuto in questo mondo solo per
vivere il ministero pubblico e la croce, e non anche per vivere come uomo».
Occhio, reverendo: se non ti curi, sei un po' gnostico.
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