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Notizie

03/10/2004   -   da L'Avvenire - di Roberto Beretta

 

SE IL DON VESTE E MANGIA MALE: "REVERENDO, NON SI TRASCURI"

 

Canoniche brutte, abiti trasandati, pranzi veloci, mai tempo per leggere e riposare. Enzo Bianchi ammonisce i preti ad aver più cura di sé stessi Sennò sono «eretici»

 

     Preti stanchi, trasandati, frettolosi, che abitano in case brutte, leggono poco o punto, vestono male, mangiano in fretta o troppo, non riposano mai: insomma sacerdoti che non hanno cura della propria persona.
«Ama il prossimo tuo come te stesso»: ma com'è possibile credere che la prima parte dell'equivalenza sia vera, constatando che la seconda non viene osservata neppure da chi la enuncia dal pulpito? Quanto clero, infatti, non «ama se stesso»... E, sotto il pretesto di una vita spirituale e pastorale tanto intensa da non lasciare nemmeno un minuto per le esigenze proprie (c'è stata e ancora sussiste una corrente pseudo-ascetica secondo la quale tale atteggiamento sarebbe meritorio), si lascia andare per una china di penoso degrado umano.
Lo denuncia ora Enzo Bianchi, il priore di Bose che - a furia di girare l'Italia (e non solo) in qualità d'«esperto» convocato dai vescovi nonché, lui laico, come direttore spirituale di preti - ha indirizzato Ai presbiteri una breve lettera-opuscolo (Edizioni Qiqajon, pp. 76, euro 5) che non solo mette il dito nella pentola delle cucine parrocchiali, ma lo passa anche sulla polvere dell'incuria accumulata in troppe canoniche. «Oggi - scrive il monaco - non è solo il problema del ministero sovraccarico di impegni e incombenze che grava sulla vita dei presbiteri: è anche e soprattutto questione di una cattiva qualità di vita umana. Si pensi semplicemente ai rapporti e ai bisogni primari che un uomo vive: la casa, il cibo, il vestito».
«La casa del presbitero sovente è inospitale, è uno spazio in cui non ci si reca volentieri, che non "canta la vita". Il cibo, poi, in quale contesto è assunto? Se il mangiare non è solo sostentamento, ma occasione di cultura, oggi il presbitero può dirsi sempre capace di viverlo con una logica cristiana che è innanzitutto eucaristica? E che dire del vestito? Il vestito è il primo linguaggio con cui una persona comunica ciò che è. Per questo Gerolamo suggeriva ai presbiteri di fuggire l'eleganza e la ricercatezza, ma anche la sciatteria e la negligenza».
Invece sembra quasi che il sacerdote trasandato sia più «vicino agli ultimi». Le "perpetue" scarseggiano, e si vede; però si nota pure quanto manchi la delicatezza di una mano qualsiasi «che vuol bene» al suo prete, così come a quest'ultimo difetta forse l'umiltà di «lasciarsi fare» dagli amici laici.
Bianchi critica ancora nel clero fretta ed eccesso d'impegni: «Ci sono priorità da stabilire... Occorre constatare con realismo che, se non si prega al sorgere del sole, le urgenze e la molteplicità delle azioni cui si è chiamati durante la giornata rischiano di precludere tout court la possibilità di pregare. Inoltre, durante il giorno si è sottoposti all'umanissima esigenza di riposare, di beneficiare del balsamo del silenzio e della solitudine». Non solo: «Occorre ribadire che un presbitero privo di una vita intellettuale, cioè in primo luogo incapace di assiduità alla lettura, avanza a grandi passi verso la decadenza spirituale».
Il priore di Bose cita un documento dei vescovi tedeschi del 1992 in cui si esalta la «spiritualità del dire di no» alle esagerate richieste della gente e riporta una raccomandazione di san Carlo Borromeo (non certo un lassista): «Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso». Poi rincara di suo: «No, nessuno può giustificarsi dicendo: "Ho troppo da fare per gli altri per poter pensare a me stesso!", perché chi dice questo, prima o poi trascurerà il suo ministero non riuscendo più ad essere all'altezza della situazione».
Il rischio è umano, ancor prima che pastorale: «Sovente nell'ambito di coloro che esercitano funzioni ministeriali nella Chiesa si deve constatare una scarsa attenzione alle virtù, non quelle teologali, ma quelle umane. Si ha la sensazione che il ministero diventi un paravento per evitare di misurarsi con valori essenziali per lo sviluppo e la crescita di una personalità». Se dietro non c'è addirittura una vecchia eresia: «Una patologia in fondo docetica, perché non riconosce la bontà della realtà... Come se Cristo fosse venuto in questo mondo solo per vivere il ministero pubblico e la croce, e non anche per vivere come uomo». Occhio, reverendo: se non ti curi, sei un po' gnostico.

 

 

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